Energia e autonomia: perché le rinnovabili non sono più una scelta, ma una necessità

L’intervista a Marco Bissi, imprenditore sondriese e titolare di Bissi Holding. «Sole, vento e acqua diventano essenziali per l’indipendenza energetica italiana»

Sondrio

Bollette che oscillano come un elettrocardiogramma, imprese costrette a fare i conti con costi energetici imprevedibili e un Paese che scopre, spesso sulla propria pelle, quanto la dipendenza dall’estero possa diventare un punto di debolezza. La crisi energetica non è più un’emergenza passeggera, ma una condizione strutturale che mette in discussione crescita economica, competitività e persino sovranità nazionale.

In questo scenario le energie rinnovabili escono definitivamente dal recinto delle buone intenzioni ambientaliste e diventano una leva strategica per il futuro dell’Italia. Di questo – e di numeri, dati e prospettive concrete – abbiamo parlato con Marco Bissi, imprenditore sondriese e titolare di Bissi Holding, realtà valtellinese attiva nel settore delle rinnovabili, per capire perché oggi sole, vento e acqua non rappresentano solo energia pulita, ma una vera risorsa nazionale.

In questi anni si parla continuamente di crisi energetica. Perché oggi le rinnovabili sono così importanti per affrontarla?
«Quella che stiamo vivendo è una crisi energetica con cause precise, a partire da quelle geopolitiche. Dal 2022, con la guerra in Ucraina, ci siamo resi conto in maniera brutale di quanto un Paese come l’Italia, che non è autonomo dal punto di vista energetico, sia vulnerabile. Le rinnovabili sono nate e si sono sviluppate inizialmente per motivazioni ambientali: dagli anni Novanta, dal Protocollo di Kyoto in poi, abbiamo capito che continuare a produrre energia solo da fonti fossili stava causando danni irreversibili al pianeta, dal cambiamento climatico al riscaldamento globale. Oggi però si è aggiunto un secondo driver, altrettanto importante: la sovranità energetica. Un Paese che dipende dall’energia di altri è come un gigante dai piedi d’argilla. Può avere un sistema industriale molto efficiente, ma se qualcuno chiude il rubinetto dell’energia, tutto si ferma».

Quindi le rinnovabili non sono più solo una scelta “green”.
«Esattamente. Oggi sono una scelta di interesse nazionale. Le energie rinnovabili hanno raggiunto una maturità tecnologica straordinaria negli ultimi 20-25 anni. Basta pensare che i primi pannelli fotovoltaici costavano l’80-90% in più rispetto a oggi. Oggi sono competitive sia in termini di costi sia di resa. E soprattutto non dobbiamo più vederle solo come energie pulite: sono il nostro giacimento nazionale. Non abbiamo petrolio o gas, ma abbiamo sole, vento e acqua, risorse che oggi possiamo trasformare in energia in modo efficiente».

Quanto conta questo sviluppo nei numeri reali del sistema energetico italiano?
«Cito un dato che colpisce molto: nel 2025, per la prima volta in Italia, la produzione di energia elettrica da fotovoltaico ha superato quella idroelettrica. È un fatto storico, impensabile fino a pochi anni fa. Nel 2025 l’Italia ha consumato circa 331 miliardi di kilowattora. Di questi, circa il 15% è stato importato dall’estero, principalmente da Francia e Svizzera. Del resto, il 41% dell’energia prodotta in Italia arriva oggi da fonti rinnovabili. All’interno di questa quota, il fotovoltaico pesa per circa il 35%, superando l’idroelettrico che si attesta attorno al 33%».

E il gas che ruolo ha ancora?
«Un ruolo purtroppo dominante. Nonostante lo sviluppo delle rinnovabili, il 70% delle ore dell’anno il prezzo dell’energia è ancora determinato dal gas, perché quando le rinnovabili non coprono tutta la domanda, è il gas a entrare in gioco. Ed è proprio qui che dobbiamo intervenire».

L’obiettivo del 2030 – oltre il 60% di rinnovabili – è realistico?
«Sì, è assolutamente fattibile dal punto di vista tecnico e industriale. La Spagna è già attorno al 60%. L’Italia oggi è al 40% e punta a superare il 60% entro il 2030. Per farlo servono grandi investimenti – e le aziende sono pronte – ma soprattutto bisogna superare alcuni colli di bottiglia».

Qual è il principale ostacolo?
«La burocrazia. Oggi, mediamente, ci vuole quattro o cinque volte più tempo per ottenere un’autorizzazione che per costruire un impianto. Per fare un esempio, un impianto fotovoltaico industriale può essere realizzato in 4-6 mesi, mentre l’iter autorizzativo può durare anni. Qualcosa è stato fatto, specie per gli impianti più piccoli, ma per quelli industriali il problema resta».

Le Regioni si muovono tutte allo stesso modo?
«No, ed è un altro tema cruciale. I target nazionali sono stati suddivisi per regioni. La Lombardia, ad esempio, si sta muovendo in modo virtuoso, soprattutto sul fotovoltaico. Altre Regioni invece sono molto in ritardo».

E la provincia di Sondrio com’è dal punto di vista energetico?
«La Valtellina e la Valchiavenna hanno una storia energetica importantissima, legata all’idroelettrico. Producono circa il 50% dell’idroelettrico lombardo e il 12-13% di quello nazionale, con una media di 4,5 miliardi di kWh l’anno. Però i margini di crescita sono limitati: sull’idroelettrico si può solo migliorare l’efficienza degli impianti esistenti. Fotovoltaico ed eolico, per ragioni orografiche e territoriali, possono crescere solo in modo marginale, soprattutto sui tetti. Ma se tutte le province italiane producessero come questa provincia, avremmo già superato i target nazionali».

Rinnovabili sì, ma serve anche gestire l’energia prodotta.
«Esatto. Serve un sistema nuovo: reti intelligenti e stoccaggio. Attraverso impianti di pompaggio idroelettrico e batterie elettrochimiche possiamo immagazzinare l’energia quando costa poco – per esempio nelle ore centrali del giorno – e rilasciarla la sera, quando il sole non c’è più. È una tecnologia già attiva, non fantascienza, e i costi stanno crollando, come è già successo per il fotovoltaico».

E il nucleare?
«Io non ho preclusioni ideologiche. Ma va detto chiaramente: non è la risposta di oggi. Anche ipotizzando una scelta immediata, servirebbero almeno 15 anni per produrre il primo kilowattora. Le rinnovabili, invece, sono una soluzione disponibile subito».

In sintesi, possiamo implementare da subito l’energia rinnovabile?
«Abbiamo la tecnologia, le risorse naturali, le aziende e i capitali per installare circa 10 gigawatt di nuova potenza all’anno fino al 2030. Ora serve velocità. Ridurre la burocrazia, individuare le aree idonee e ammodernare le reti. La transizione energetica non è più un’idea: è una necessità. E possiamo farcela».

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