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Giovedì 02 Aprile 2026
Welfare, formazione e sviluppo: l’agenda del nuovo segretario generale della Cgil di Lecco
Il segretario generale Fabio Gerosa sottolinea l’importanza di sanità universale, dialogo con le imprese e contrasto al lavoro povero per garantire un futuro alle nuove generazioni.
Lecco
Non solo tutela del lavoro, ma presidio sociale, formazione, welfare e capacità di tenere insieme interessi diversi in una fase economica complessa. A metà marzo 2026 Fabio Gerosa è stato eletto nuovo segretario generale della Camera del Lavoro territoriale di Lecco, succedendo a Diego Riva. Una nomina che arriva al termine di un percorso sindacale lungo e articolato, sviluppato tra industria e funzione pubblica, e che oggi si traduce in una visione ampia del ruolo della Cgil sul territorio.
Segretario Gerosa, il suo percorso dentro la Cgil è iniziato molti anni fa. Che esperienza porta oggi in questo ruolo?
«Il mio percorso parte da lontano. Nasco come tecnico e ho sempre lavorato tra due ambiti principali, quello elettromeccanico e quello della funzione pubblica, in particolare nel sociosanitario. Ho fatto il delegato fin dagli anni Ottanta, prima nell’industria come Rsu e poi nel pubblico impiego. Dal 2005 sono entrato nella Cgil a tempo pieno, passando attraverso diverse categorie, dall’energia al chimico, fino al tessile, per poi assumere incarichi più confederali. Negli ultimi anni sono stato in Fiom come segretario organizzativo, seguendo soprattutto l’area meratese. Questo percorso mi ha permesso di conoscere in modo diretto una parte molto ampia del mondo del lavoro sul territorio e credo sia stato uno degli elementi che ha portato alla mia nomina».
Che fotografia emerge oggi del territorio lecchese?
«È un territorio molto variegato, con differenze marcate tra le diverse aree, dal Meratese alla Valsassina, dall’Alto Lago alla zona più brianzola. Abbiamo una componente turistica importante, ma anche una presenza industriale ancora molto significativa, fatta sia di grandi aziende sia di una rete diffusa di piccole e medie imprese. Queste realtà sono legate tra loro da filiere produttive molto intrecciate e il compito del sindacato è proprio quello di comprenderle, perché è lì che si gioca la qualità del lavoro. Garantire una filiera che funzioni significa garantire occupazione dignitosa, ben retribuita e stabile».
Quali sono le priorità che intende affrontare in questo mandato?
«Il ruolo della Camera del Lavoro è tenere insieme le categorie, ma anche intervenire su temi trasversali come welfare, formazione e sviluppo. Oggi non possiamo limitarci alla dimensione del rapporto di lavoro. La persona non è un ingranaggio, ha una complessità che riguarda la vita familiare, la realizzazione personale, la crescita culturale. Per questo la formazione deve essere permanente e non solo funzionale all’azienda, ma alla persona nel suo insieme. Allo stesso tempo bisogna garantire occupazione di qualità, perché senza quella diventa difficile costruire qualsiasi progetto di vita».
Il tema del futuro dei giovani e delle pensioni è centrale. Che scenario vede?
«Il rischio è molto concreto. Le nuove generazioni avranno pensioni significativamente più basse rispetto a quelle attuali e questo apre un problema serio di sostenibilità sociale. A questo si aggiunge l’allungamento della vita lavorativa, che rende difficile sostenere lavori gravosi fino a età avanzate. I fondi integrativi esistono, ma non sono sufficienti a garantire sicurezza. Serve una riflessione complessiva sul sistema, perché altrimenti si rischia di lasciare scoperta una parte importante della popolazione».
Anche sanità e welfare stanno vivendo una fase delicata.
«Sì, soprattutto in Lombardia, dove si è andati verso una forte spinta alla privatizzazione. Il sistema pubblico oggi fatica a rispondere ai bisogni, in particolare per le fasce più fragili e per gli anziani. Il tema è garantire una sanità davvero universale, che accompagni la persona anche dopo la fine della vita lavorativa. Altrimenti si crea una frattura tra chi può permettersi determinate cure e chi no».
Lei insiste molto sul valore della formazione, anche fuori dal perimetro strettamente lavorativo.
«Perché è un elemento decisivo: oggi manca una vera educazione al lavoro e ai diritti. I giovani spesso escono dal percorso scolastico senza conoscere strumenti fondamentali, come i contratti o il ruolo del sindacato. Questo è un limite strutturale. La formazione deve essere continua e deve permettere alle persone di adattarsi ai cambiamenti, anche cambiando percorso nel corso della vita».
Quanto conta il dialogo con le imprese e con le altre organizzazioni?
«È fondamentale. Le sfide che abbiamo davanti non si possono affrontare da soli. Serve un confronto costante e onesto, basato su obiettivi condivisi. Le associazioni datoriali e le altre organizzazioni sindacali rappresentano una ricchezza del territorio. Se si lavora insieme si possono ottenere risultati più solidi, mentre una logica di contrapposizione fine a sé stessa non porta benefici».
Uno dei nodi più critici resta quello del lavoro povero.
«È un tema molto serio. L’utilizzo diffuso di appalti, subappalti, contratti precari e forme di lavoro meno tutelate sta producendo una compressione dei salari e delle tutele. Questo impedisce ai giovani di costruire un futuro e di immaginare un progetto di vita stabile. Senza una base economica adeguata diventa difficile anche pensare a una famiglia».
Sul piano industriale, quali sono le principali preoccupazioni?
«Il rischio è perdere capacità produttiva senza riuscire a riconvertire il sistema. In passato abbiamo visto interi settori ridimensionarsi in modo drastico. Non possiamo pensare di reggere solo sul turismo. La manifattura resta centrale e va difesa, anche attraverso una maggiore capacità di anticipare le crisi e di lavorare su piani industriali condivisi».
Infine, il tema dell’educazione finanziaria. Che ruolo può avere il sindacato?
«È un aspetto spesso sottovalutato. In Italia il livello di alfabetizzazione finanziaria è basso, ma si tratta di uno strumento fondamentale per gestire la propria vita economica. Anche qui serve un lavoro che parta dalla scuola: il sindacato può contribuire, ma è necessario un intervento più ampio».
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