Lorenzo Mazzoleni: un video inedito a trent’anni dalla morte

Le immagini saranno proiettate sabato 25 luglio ai Piani resinelli in una serata per ricordare il ragno scomparso nel 1996 sul K2

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Lecco

C’è un punto, sul K2, dove il tempo si è fermato al 29 luglio 1996. Si chiama Collo di Bottiglia, ed è lì che Lorenzo Mazzoleni, ventinovenne dei Ragni della Grignetta di Lecco, si è fermato per sempre, qualche ora dopo aver toccato la vetta che aveva sognato per tutta la vita. Trent’anni dopo, quel silenzio bianco torna a farsi voce: sabato 25 luglio, alle 21, Piazza della Chiesa ai Piani Resinelli ospiterà “Lorenzo vive ancora”, una serata organizzata dall’Associazione Namaste di Bulciago e dall’Associazione Amici di Lorenzo, condotta da Alberto Benini, a ingresso libero. Verrà proiettato un video inedito sulla sua vita, e dal 18 al 31 luglio la Sala Informazioni Turistiche dei Piani Resinelli ospiterà una mostra fotografica dedicata a lui. In caso di maltempo, appuntamento al centro servizi “Marco e Piero della Santa”, in via Escursionisti 29.

Un ragazzo, una montagna dentro

Prima di essere un nome inciso nella storia dell’alpinismo italiano, Lorenzo era un bambino di Lecco che a dieci anni si iscriveva ai corsi di Alpinismo giovanile del Cai, attratto dalle Prealpi che vedeva ogni giorno da casa. A 14 anni la prima vera cima, il Gran Paradiso, quattromila metri che per un ragazzino di quell’età erano già una promessa. A 18 anni il salto: entra nei Ragni della Grignetta, la squadra che a Lecco ha significato — e significa ancora — l’alpinismo con la A maiuscola.

Da lì la sua storia accelera. Nel 1986 è in Patagonia, tra i ghiacci della Terra del Fuoco, per la prima ascensione della cima Ovest del Sarmiento. Nel 1988 il primo Ottomila, il Cho Oyu. Nel 1992 l’Everest, una delle cime più giovani mai raggiunte da un italiano fino ad allora. Nel 1993 l’Aconcagua. Un curriculum che a ventinove anni lo colloca già tra i più forti della sua generazione — non per proclami, ma per una serie di salite fatte con discrezione, preparazione, e quella naturalezza che hanno solo pochi.

Il K2, l’ultima vetta

Nel 1996 i Ragni della Grignetta organizzano una spedizione al K2 per celebrare i propri primi cinquant’anni. La guida Agostino Da Polenza. Il 29 luglio, lungo lo Sperone Abruzzi, Lorenzo raggiunge la vetta insieme a Giulio Maggioni, Mario e Salvatore Panzeri, e all’alpinista giapponese Masafuni Tadaka, che si trovava nello stesso gruppo di cima.

Poi la discesa. E la discesa, sull’ottomila più difficile del mondo, è spesso più insidiosa della salita. Nella zona del Collo di Bottiglia, Lorenzo resta indietro. I compagni scendono, lui no.

Quella notte, mentre il gruppo lo aspetta invano al campo, due uomini escono a cercarlo: Aldo Verzaroli e Gian Pietro Verza, che il giorno dopo avrebbero dovuto tentare a loro volta la vetta, rinunciano al proprio sonno e alla propria acclimatazione per andare a cercare l’amico. Si dividono: Verzaroli batte il grande plateau, Verza risale da solo, al buio, verso il Collo di Bottiglia, chiamando un nome che nessuno gli restituisce.

Le ricerche proseguono il giorno dopo. Alla fine, il corpo di Lorenzo viene individuato a circa ottomila metri, appoggiato su un seracco, nei pressi della via Cesen. Ma lassù, a quell’altitudine, in quelle condizioni, non esiste recupero possibile. I suoi resti non torneranno mai a valle. Restano sulla montagna — anche se, con gli anni, la loro esatta posizione si è persa insieme al ghiaccio che si muove, lento, ogni giorno.

“Non lo cercate”

Nel 2013 viene organizzata una nuova ricerca sul ghiacciaio sotto la via Cesen, nella speranza di ritrovare qualche traccia. È la madre di Lorenzo, Dina, insieme alle figlie, a fermare tutto con poche parole, diventate poi il modo in cui la famiglia ha scelto di raccontare il proprio lutto: “Non lo cercate, riposa in pace e deve rimanere dov’è ora”.

Undici anni più tardi, nel luglio 2024, il caso volle che la spedizione “K2-70” del Cai ritrovasse comunque qualcosa: uno zaino Ferrino, appartenuto a Lorenzo, riemerso dal ghiacciaio in direzione del campo base avanzato. Non un corpo, non una risposta definitiva — solo un oggetto, portato alla luce ventotto anni dopo, che per un momento ha riportato l’attenzione di tutti su quella storia e su quella spedizione.

Una memoria che è diventata cura

C’è un dettaglio che rende la storia di Lorenzo diversa da tante altre tragedie di montagna: il suo nome, invece di restare solo un ricordo, è diventato un gesto concreto verso chi vive ai piedi di quelle stesse montagne.

L’Associazione Amici di Lorenzo sostiene ancora oggi un dispensario sanitario ad Askole, in Pakistan, una delle ultime frazioni abitate lungo la strada che porta al campo base del K2. L’Associazione Namaste di Bulciago, che in Nepal era già attiva prima della tragedia, ha coinvolto negli anni la famiglia Mazzoleni nei propri progetti: nel 1998 una targa commemorativa fu posta nella Namaste Primary School, e nel 2007 un nuovo edificio scolastico venne dedicato proprio a lui.

Sabato, ai Piani Resinelli

Trent’anni sono un tempo lungo abbastanza da far sbiadire quasi tutto, tranne le storie che una comunità decide di continuare a raccontarsi. Sabato 25 luglio, ai Piani Resinelli, Lecco tornerà a farlo: non solo per commemorare una tragedia, ma per restituire a chi non l’ha conosciuto il volto di un ragazzo che ha scalato le montagne più alte del pianeta con la stessa naturalezza con cui, da bambino, saliva sui sentieri delle cime di casa.

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