Calolziocorte, Colosimo chiede lo stop alla musica di Baby Gang

Il capogruppo di Cambia Calolzio chiede che i brani del trapper, e di artisti simili, non siano promossi su Spotify, Amazon e YouTube. La questione sarà portata anche in consiglio comunale.

Calolziocorte

Diego Colosimo, capogruppo di Cambia Calolzio, chiede a Spotify, Amazon Music, YouTube e analoghi servizi di distribuzione di valutare la non promozione e la non diffusione dei contenuti musicali riconducibili al trapper Baby Gang.

Lo spunto è offerto dalle ultime vicende giudiziarie che hanno riguardato l’artista nato e cresciuto a Calolziocorte e finito nuovamente in manette.

Colosimo non entra nel merito delle responsabilità penali. Il punto sollevato è di natura culturale. Il capogruppo di Cambia Calolzio osserva che nella narrazione artistica dell’artista ricorrono «temi legati a violenza, armi, illegalità ostentata, sopraffazione, sfida alle regole e fascinazione per uno stile di vita criminale».

«Il punto non è discutere di gusti musicali» precisa il capogruppo. La questione, a suo avviso, è un’altra: «Non è accettabile che brani costruiti su questi messaggi continuino ad essere normalmente promossi, ascoltati, acquistati e monetizzati, mentre migliaia di ragazzi e giovanissimi possono essere spinti a vedere in quel modello un riferimento, un simbolo di successo o addirittura un esempio da imitare».

Alla luce di queste considerazioni, il capogruppo di minoranza chiede la non promozione, la non pubblicazione e la non diffusione dei brani riconducibili non solo a Baby Gang, ma anche ad artisti simili, «in coerenza con un principio elementare di responsabilità verso i minori e verso le comunità locali».

La questione sarà portata in discussione anche in consiglio comunale, dove sarà discussa. E da quella sede, Colosimo spera possa uscire un documento trasversale con un messaggio netto: «Calolziocorte non vuole essere associata a modelli di violenza, illegalità e devianza elevati a fenomeno musicale, da premiare con ascolti, acquisti e visibilità», precisando che «la libertà artistica non può diventare un alibi morale». E aggiunge: «Quando un personaggio pubblico, seguito da così tanti giovani, finisce ripetutamente al centro di vicende di questa gravità, riteniamo giusto che chi ospita e diffonde quei contenuti non possa continuare a voltarsi dall’altra parte».

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