La geografia
degli incendi
nord a rischio

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Per molto tempo, in Italia, parlare di incendi boschivi significava soprattutto parlare di Mediterraneo. Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata e Lazio erano le regioni associate alle grandi estati dei roghi. Negli ultimi vent’anni, circa tre quarti del numero degli incendi e delle superfici percorse dalle fiamme si sono concentrati in queste regioni. Al Nord gli incendi non mancavano, naturalmente, ma rispondevano più spesso a un regime diverso, con una maggiore incidenza nella stagione invernale e primaverile, quando la vegetazione può essere particolarmente secca, i suoli hanno accumulato un deficit idrico e i venti possono favorire la propagazione delle fiamme. L’estate, invece, era generalmente caratterizzata da condizioni meno favorevoli rispetto alle regioni mediterranee.

Oggi questa distinzione appare meno netta. Non perché il Nord sia diventato simile al Mezzogiorno, ma perché stanno cambiando le condizioni climatiche e territoriali che regolano il regime degli incendi.

L’estate 2026 ne offre un esempio evidente. In Piemonte i Carabinieri forestali hanno registrato 129 incendi dal 1° giugno al 15 agosto, quasi quattro volte quelli dello stesso periodo del 2025; 18 sono stati provocati da fulmini. In Liguria sono stati 167 nei primi sette mesi dell’anno, con 611 ettari di bosco interessati. Anche Veneto, Lombardia e le province di Trento e Bolzano hanno registrato condizioni di rischio elevate e numerosi roghi. Il fuoco, insomma, non ha semplicemente cambiato luogo: in alcuni territori stanno cambiando la stagione, la durata, le condizioni di innesco e la possibilità di propagazione.

Questo non significa che il Nord sia diventato improvvisamente la parte del Paese più esposta agli incendi. La maggior parte della superficie bruciata continua a concentrarsi nelle regioni mediterranee. Ma significa che la geografia del rischio merita di essere riletta. Aree storicamente meno esposte agli incendi di grande estensione stanno sperimentando condizioni meteorologiche e ambientali più favorevoli alla loro propagazione.

È una trasformazione che non riguarda soltanto l’Italia. Il sistema europeo European Forest Fire Information System (Effis) consente di seguirla attraverso dati satellitari, informazioni meteorologiche e indicatori di pericolosità. E l’Ipcc, nel suo ultimo ciclo di rapporti di valutazione, segnala che il rischio di incendi può aumentare in diverse regioni europee con il riscaldamento globale.

Dal Mediterraneo alle Alpi

Alcuni episodi delle ultime settimane sono particolarmente significativi per capire come il rischio incendi stia assumendo una geografia più ampia. In Piemonte, nei primi dieci giorni di luglio, la superficie complessivamente percorsa dagli incendi è stata stimata da Arpa Piemonte in circa 993 ettari. Le fiamme hanno interessato anche aree di grande valore naturalistico, tra cui il Parco naturale dell’Alta Valsesia e Val Strona, il Parco nazionale del Gran Paradiso e la Val Grande. Dall’8 luglio, la Regione Piemonte ha quindi dichiarato lo stato di massima pericolosità per gli incendi boschivi sull’intero territorio regionale.

Anche la Liguria mostra quanto rapidamente possa cambiare la dimensione del fenomeno: nei primi sette mesi del 2026 sono stati registrati 167 incendi boschivi, con 611 ettari di superficie boscata interessata, contro i 112 incendi e i 78 ettari dell’intero 2025.

Ma è soprattutto l’area lariana e prealpina, nella prima metà di agosto, a rendere evidente la nuova geografia del rischio. Dopo l’incendio del Moregallo, nel territorio di Valmadrera, e altri roghi in provincia di Sondrio, le fiamme hanno interessato anche il Monte Goj, nel Parco della Spina Verde, ai margini della città di Como. L’incendio ha richiesto l’intervento di oltre cento operatori e di due Canadair e ha portato all’evacuazione precauzionale di alcune abitazioni. Il successivo miglioramento della situazione non ha escluso la necessità di monitorare i focolai residui.

Il caso del Monte Goj aggiunge un elemento particolarmente significativo: il fuoco non interessa soltanto aree forestali lontane dagli insediamenti, ma può arrivare a contatto diretto con le città. È la vulnerabilità delle cosiddette aree di interfaccia urbano-rurale, dove vegetazione, abitazioni e infrastrutture si incontrano.

Nel complesso, il quadro lombardo di metà agosto comprendeva inoltre situazioni di attenzione nel Lecchese, in Valtellina e nel Bresciano. Più che un singolo grande evento, emergeva una sequenza di incendi e riaccensioni distribuiti in territori diversi, ma concentrati nella stessa fase meteorologica sfavorevole.

È proprio questa contemporaneità a meritare attenzione. Incendi diversi, in territori diversi, possono infatti essere la manifestazione locale di una stessa configurazione atmosferica favorevole al fuoco. È qui che diventa utile il concetto di “fire weather”: non indica semplicemente il “maltempo degli incendi”, né coincide con il rischio complessivo di incendio, ma descrive l’insieme delle condizioni meteorologiche che favoriscono l’innesco, l’intensificazione e la propagazione del fuoco. Tra queste rientrano soprattutto temperature elevate, bassa umidità, vento e condizioni di siccità che rendono la vegetazione più secca e quindi più facilmente infiammabile.

Ruolo del global waming

Occorre però evitare una semplificazione: non ogni incendio è causato dal cambiamento climatico. L’innesco può dipendere da comportamenti umani, attività agricole e forestali, infrastrutture, incidenti, dolo e, in alcuni casi, fulmini.

Il clima interviene soprattutto sulle condizioni nelle quali quell’innesco può trasformarsi in un incendio esteso e difficile da contenere. Una giornata molto calda, presa isolatamente, non implica necessariamente un elevato pericolo. Il rischio aumenta quando il calore si combina con siccità, bassa umidità e vento, soprattutto in presenza di vegetazione secca e continua.

È questa la distinzione fondamentale: l’innesco e le condizioni di propagazione non sono la stessa cosa. Il cambiamento climatico può modificare soprattutto queste ultime, aumentando la frequenza, la durata o l’intensità delle condizioni meteorologiche favorevoli al fuoco.

L’Ipcc ha evidenziato come il riscaldamento globale possa aumentare, in diverse regioni, la frequenza delle condizioni climatiche favorevoli agli incendi, con segnali particolarmente rilevanti nell’Europa meridionale e in parte di quella centro-occidentale.

Questo aiuta anche a interpretare correttamente gli ettari bruciati. La superficie percorsa dal fuoco non dipende soltanto dalle condizioni meteorologiche, ma anche dalla quantità e dalla continuità del combustibile, dalla struttura della vegetazione, dalla gestione del territorio, dagli inneschi e dalla rapidità della risposta. Il cambiamento climatico, dunque, non va letto semplicemente come un aumento della temperatura media. Significa anche una possibile modificazione della frequenza, della durata e della combinazione degli eventi estremi che rendono un territorio più predisposto alla propagazione degli incendi.

È probabilmente questo il punto più importante per leggere ciò che sta accadendo nel Nord Italia: non necessariamente la trasformazione del Nord in un nuovo Mediterraneo, ma la comparsa più frequente di condizioni di “fire weather” in territori nei quali il rischio era storicamente percepito come più circoscritto.

Le responsabilità locali

Il clima, però, non basta a spiegare il rischio. Gli incendi sono fenomeni socio-ecologici, nei quali condizioni meteorologiche, vegetazione e trasformazioni territoriali interagiscono.

Le regioni settentrionali italiane sono caratterizzate da un mosaico particolarmente complesso: grandi aree forestali, montagne, aree agricole, insediamenti dispersi, seconde case, infrastrutture viarie ed energetiche, impianti turistici e aree naturali protette convivono spesso a distanza ravvicinata.

A questo si aggiungono i cambiamenti nell’uso del territorio. L’abbandono di alcune attività agricole e pastorali, la progressiva espansione delle superfici forestali in aree precedentemente coltivate o pascolate e l’aumento della continuità della vegetazione possono modificare la quantità e la distribuzione del combustibile.

Questo non significa che l’espansione del bosco sia negativa. Al contrario, l’aumento della copertura forestale può produrre importanti benefici per la biodiversità, il suolo e il carbonio, il ciclo idrologico e la qualità del paesaggio. Significa però che un territorio che cambia deve essere gestito tenendo conto anche dei rischi che possono emergere.

È proprio questa la sfida: non scegliere tra conservazione della natura e sicurezza, ma trovare forme di gestione capaci di perseguire entrambe. Anche perché la sicurezza non si esaurisce nel momento in cui le fiamme vengono spente. Un incendio può lasciare sul territorio una vulnerabilità destinata a manifestarsi anche molto tempo dopo.

Dopo il fuoco altri problemi

La perdita della copertura vegetale espone il suolo all’erosione, modifica il deflusso delle acque e può compromettere habitat e popolazioni animali e vegetali. In montagna, inoltre, può aumentare il rischio associato alle precipitazioni intense: senza la vegetazione a proteggere e trattenere il terreno, l’acqua può mobilitare rapidamente cenere, terra, detriti e materiale roccioso accumulato sui versanti, dando origine al cosiddetto “debris flow”, che denota colate rapide di fango e detriti che possono scendere verso valle con grande energia e raggiungere aree anche lontane dalla superficie bruciata.

Arpa Piemonte ha documentato, in relazione a precedenti incendi, la possibilità di questi fenomeni a valle di precipitazioni intense sulle aree percorse dal fuoco. È un esempio di come un incendio possa innescare una catena di vulnerabilità che prosegue oltre l’emergenza: perdita della vegetazione, erosione del suolo, maggiore deflusso superficiale e, in presenza di forti precipitazioni, instabilità dei versanti e trasporto di detriti verso valle.

Gli effetti, inoltre, non riguardano soltanto la stabilità dei versanti. Un incendio può incidere sulla biodiversità, sulla qualità dell’aria, sulla salute, sul turismo, sull’agricoltura, sulla selvicoltura e sul valore culturale e paesaggistico dei territori. Un grande incendio in un’area alpina o prealpina non brucia semplicemente degli alberi: può alterare un paesaggio costruito attraverso secoli di interazione fra natura e società.

Prevenire prima di spegnere

Se il rischio cambia, devono cambiare anche le politiche. La prima risposta non può essere soltanto aumentare la capacità di spegnimento. Canadair ed elicotteri sono indispensabili quando l’incendio è già in corso, ma arrivano necessariamente dopo che il rischio si è trasformato in emergenza.

La vera partita si gioca prima. Servono sistemi di “early warning” capaci di integrare dati satellitari, previsioni meteorologiche, condizioni della vegetazione e modelli di propagazione del fuoco. Servono pianificazione delle aree di interfaccia, gestione mirata del combustibile, accessibilità alle aree forestali e una presenza capillare delle comunità e degli operatori sul territorio.

Ma tutto questo deve essere inserito in una strategia più ampia di adattamento ai cambiamenti climatici. La gestione del rischio incendio deve dialogare con le politiche per la siccità, la sicurezza idrogeologica, la salute, l’agricoltura, le foreste e la biodiversità. E deve procedere insieme alle politiche di mitigazione, perché ridurre le emissioni significa anche limitare l’intensificazione futura delle condizioni climatiche che alimentano questi rischi.

In questo quadro la comunità scientifica può assumere un ruolo decisivo. Il Nord Italia dispone di una straordinaria infrastruttura di conoscenza: università, Arpa, Cnr, servizi meteorologici, centri di ricerca, istituzioni forestali e strutture di protezione civile. Esiste già una grande quantità di dati meteorologici e climatici, osservazioni satellitari, cartografie della vegetazione, informazioni sull’umidità dei suoli e della biomassa e modelli previsionali.

La sfida è mettere queste competenze in relazione e trasformarle in una vera infrastruttura permanente per la prevenzione del rischio incendio: non soltanto per prevedere dove potrebbe svilupparsi un incendio nelle prossime ore, ma per capire come cambierà il rischio nei prossimi decenni.

La scienza, dunque, non dovrebbe essere chiamata soltanto dopo l’emergenza, per ricostruire ciò che è accaduto. Deve diventare parte integrante delle politiche di prevenzione e adattamento.

Ma la prevenzione non è soltanto una questione di mezzi e tecnologie. È anche conoscenza e consapevolezza delle comunità. L’esperienza della Protezione civile di Cassina Rizzardi, nel Comasco, che ha portato all’oratorio estivo attività dedicate alle emergenze climatiche e agli incendi boschivi, mostra quanto questa dimensione possa essere concreta. In tre giornate, gruppi di circa trenta bambini hanno imparato, attraverso giochi ed esercitazioni, come comportarsi in caso di alluvione e incendio boschivo.

Anche la cooperazione territoriale è fondamentale. Nel giugno scorso, giornate di formazione congiunta fra Canton Ticino, Lombardia e Piemonte hanno coinvolto professionisti italiani mettendo al centro lo scambio di informazioni, esperienze e metodi operativi. In un territorio dove il confine nazionale non coincide con quello dei fenomeni di rischio, la cooperazione è parte della prevenzione.

Una nuova cultura del fuoco

Per decenni abbiamo pensato agli incendi come a un fenomeno prevalentemente mediterraneo, estivo ed emergenziale. Ma il fuoco non segue più necessariamente la geografia e il calendario ai quali eravamo abituati. E quando il rischio comincia a modificare anche attività, comportamenti e tradizioni locali, come è accaduto in alcuni comuni lombardi a Ferragosto, diventa evidente che non siamo di fronte soltanto a un problema operativo della Protezione civile, ma a una trasformazione del rapporto fra comunità e territorio.

Questo dovrebbe indurci a passare da una cultura dell’emergenza a una cultura del rischio. Non possiamo eliminare completamente gli incendi, ma possiamo ridurne la probabilità, limitarne la propagazione e diminuire l’esposizione di persone, infrastrutture ed ecosistemi.

Significa anche cambiare il modo in cui guardiamo ai boschi. Non come semplici accumuli di combustibile da “pulire”, né come spazi nei quali ogni intervento umano è necessariamente negativo, ma come ecosistemi dinamici inseriti in paesaggi abitati, che richiedono conoscenza, gestione e cura.

La prevenzione degli incendi può diventare così anche una politica di manutenzione del paesaggio, di presidio delle aree rurali e montane e di rafforzamento delle comunità locali. È qui che la questione degli incendi incontra quella della biodiversità, dell’adattamento climatico e della coesione territoriale.

Il messaggio che arriva dal 2026 non è che il Nord Italia sia diventato improvvisamente un nuovo Mediterraneo. Sarebbe una forzatura. È piuttosto che il cambiamento climatico sta modificando le condizioni nelle quali il rischio incendio si manifesta e, con esse, la geografia e la durata delle stagioni di pericolo.

Il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e, più in generale, l’arco alpino e le aree appenniniche mostrano quanto sia necessario guardare al fenomeno con una prospettiva diversa. Le aree appenniniche della Toscana offrono a loro volta un segnale significativo: l’incendio del Monte Faeta, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, ha interessato circa 700 ettari, richiedendo evacuazioni precauzionali e una lunga attività di spegnimento e bonifica.

Non sono episodi che autorizzano a parlare genericamente di una “nuova emergenza del Nord”. Sono però segnali che invitano a ripensare la gestione del rischio.

Il punto non è prevedere dove brucerà il prossimo incendio. È costruire territori capaci di resistere meglio al fuoco, affrontarlo più rapidamente e recuperare più efficacemente dopo il passaggio delle fiamme.

Per farlo occorre mettere insieme politiche climatiche, forestali, agricole, di protezione civile, di pianificazione territoriale e di conservazione della biodiversità. Occorre rafforzare la ricerca e creare un rapporto più stretto e permanente tra comunità scientifica e decisori pubblici. Occorre coinvolgere le comunità locali.

E occorre farlo prima dell’emergenza, non durante. Perché prepararsi a un rischio che cambia è ormai parte integrante delle politiche di adattamento al “global warming” e al cambiamento climatico.

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