Cronaca / Circondario
Lunedì 19 Ottobre 2026
Meglio la miniera del fronte: tre storie di giovani valsassinesi negli anni Quaranta
In una tesi di laurea i racconti di come i lavoratori cercavano di rientrare a casa durante la Seconda guerra mondiale
Lettura 1 min.Primaluna
Da una tesi di laurea universitaria tre brevi storie di giovani che hanno lavorato nell’azienda mineraria Invernizzi, ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Tre “risvolti delle miniere” scoperti durante il convegno dedicato al Parco minerario di Cortabbio.
Li ha portati alla luce Giovanni De Ponte di Saronno che si è laureato con 110 e lode alla Statale di Milano in archivistica con la tesi “L’archivio dell’azienda mineraria Invernizzi a Primaluna (Lecco) 1896-1994 – Inventario”, dopo un paio di anni di lavoro.
Leggendo la ricchissima raccolta di documenti del titolare Tomaso Invernizzi sono emerse tante storie e tra queste quelle di tre soldati.
L’Italia era in guerra a fianco della Germania e negli accordi aveva ottenuto la possibilità di dare lo status di “stabilimento protetto” ad alcune attività e tra queste c’era da metà 1944 anche la miniera Invernizzi che collaborava con la Fabbrica sali di bario di Calolziocorte.
Amedeo Beri, classe 1911, era un fante impiegato nell’entroterra di Imperia.
Suo padre gli scrisse dicendo che il signor Tomaso avrebbe potuto assumerlo per farlo tornare dal fronte ed il soldato scelse di accettare, scrivendolo ad Invernizzi, rischiando, se scoperto, di passare due anni di prigione o addirittura la fucilazione, pene previste per chi abbandonava il fronte, dicendogli «mi basterebbe che riuscisse a farmi venire a casa».
E così accadde nel 1944, dopo la richiesta inviata dal titolare della miniera al Distretto militare di Como dove conosceva anche un maggiore.
Pierino Maroni, del 1921, era invece a Pinerolo come guardia di frontiera, a soli 19 anni, e non si sa per quali vie riuscì anche lui a tornare grazie a Invernizzi andando a lavorare dal 20 marzo 1944 come manovale aiuto minatore, per dieci anni.
Maroni è morto a 95 anni, un mese e mezzo fa, e la sua storia non era conosciuta nemmeno dagli eredi di Invernizzi che avevano preso in mano la gestione della miniera.
Il terzo è Francesco Balbiani del 1918 che già lavorava in miniera per il quale Invernizzi riuscì ad avere l’esonero scrivendo al Distretto che il giovane non era più in servizio perché inviato in Germania il 26 febbraio 1945 dove restò deportato per soli due mesi.
«Queste tre vicende – il commento di De Ponte – testimoniano cosa vuol dire entrare in un archivio. Ciò che si trova non sono solo dei fogli ma sono riassunti di vita, trasudano di vita. Ogni storia è un piccolo puntino, un piccolo dettaglio che costruisce un grande disegno e l’archivio è un pezzetto della nostra storia».
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