Quarant’anni fa il disastro di Chernobyl: «Eravamo a Kiev, nessuno ne parlava»

A quarant’anni da Chernobyl, Roberto Orcinoli, partito per un viaggio nell’Unione Sovietica il giorno dell’incidente, ricorda la censura e il rientro in Italia tra controlli sanitari.

Olginate

Quarant’anni fa il disastro di Chernobyl. L’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare in Ucraina, nell’ex Urss, che ha cambiato la storia dell’umanità. Un anniversario che ricorda il pericolo scampato per Roberto Orcinoli, insieme ad altri olginatesi e lecchesi, che il 26 aprile del 1986 si trovavano proprio a pochi chilometri dalla nube radioattiva che ha causato morti e contagiato migliaia di persone.

Nell’anniversario dell’incidente, Roberto Orcinoli, 75 anni, titolare insieme alla cognata Raffaella Milani e alla moglie Carla della nota agenzia di viaggi “Olginatese Viaggi” di via Sant’Agnese, torna con la memoria a quei giorni.

«All’epoca non avevo ancora aperto l’agenzia di viaggi, che abbiamo fondato nel 1989, però, da tesserato dell’allora Partito Comunista, mi occupavo di organizzare i cosiddetti “viaggi dell’amicizia” che promuovevano i rapporti tra Italia e Urss». Orcinoli aveva così riunito una bella comitiva di olginatesi, calolziesi e lecchesi per una trasferta tra Baku, Mosca e Leningrado.

«Eravamo partiti proprio il 26 aprile e per giorni, nemmeno noi che eravamo in Unione sovietica, avevamo sentito parlare del disastro di Chernobyl. Solo il primo maggio, mentre ci trovavamo a Baku, nel pieno dei festeggiamenti sovietici per la Festa del Lavoro, telefonando ai nostri cari in Italia, venimmo a conoscenza di quanto era accaduto. Il mondo aveva appena saputo del disastro di Chernobyl. Ma sul posto, nessuno ci disse niente, nessuno ne parlava. Sui giornali russi dell’epoca che avevo comprato non si trovava traccia. Tanto che il giorno dopo, come previsto, raggiungemmo Kiev, a circa 130 chilometri dal luogo dell’esplosione».

Rientrando in Italia l’impatto con la realtà fu brutale.

«Atterrati a Linate non potemmo fare subito rientro a casa – prosegue Orcinoli – il pullman rifiutò di trasportarci. Giustamente, direi, perché il giorno dopo sarebbe dovuto servire per il trasporto di bambini. Ad aspettare noi, che eravamo i primi a rientrare dall’ex Urss, c’era un’équipe di sanitari ed esperti che ci fermarono per sottoporci a controlli e lavaggi. I rilevatori geiger indicavano, infatti, che eravamo radioattivi e ci portarono al Niguarda per un’intera notte di esami». Ma per fortuna la contaminazione era solo esterna e la comitiva poté fare ritorno a casa.

«Sono passati quarant’anni, ma ogni anno, in occasione dell’anniversario non posso non pensare a quei giorni e a come l’evento ha segnato tante vite».

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