A Morbegno l’ultimo saluto a Paola Curtoni e Paolo Bottà

In tantissimi sono giunti alla chiesa di San Giuseppe per i funerali della coppia vittima dell’incidente avvenuto in via Forestale sabato dell’altra settimana. «C’è l’amore di un’intera comunità» ha detto don Nicola Schivalocchi rivolgendosi ai tre figli

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Morbegno

A fatica la grande chiesa di San Giuseppe è riuscita a contenere la folla di amici, conoscenti e parenti stretti che alle 14.30 hanno voluto dare l’ultimo saluto a Paolo Bottà, 55 anni, oss nell’ex ospedale di Bellano, prima operaio alla stamperia Luciantex, e alla moglie Paola Curtoni, 52 anni, infermiera nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Sondrio. Non c’era posto per tutti, tanti erano in piedi, ma non hanno voluto mancare alla toccante celebrazione di don Nicola Schivalocchi, per diversi anni a Morbegno, dove risiedevano le vittime dell’incidente avvenuto in via Forestale sabato dell’altra settimana, mentre in sella al loro scooterone sono stati travolti da un furgoncino condotto da un 42enne che si apprestava a svoltare in via Monsignor Danieli. In chiesa, presente anche il sindaco Patrizio Del Nero.

«Ho pensato a quello che mi ha detto l’altro giorno Samuele, il figlio maggiore - ha iniziato l’omelia don Nicola che conosce molto la famiglia, affiancato da don Gabriele Mandaglio e don Giuseppe Longhini -: mi ha chiesto se esista una lettura che possa bene rappresentare quanto successo. Forse non esiste. Ma esiste, invece, una parola che è ricorrente, che usiamo spesso nella nostra vita. E’ la parola ’amore’. Ma quegli amori che hanno un peso sanno resistere alle avversità. Senti che una vita che ha prodotto, generato un vero amore resta. Anche per mettere luce in quello che ora sembra solo un insieme di ombre, di tenebre. Talvolta ci danniamo per fare questo, per fare quello. E poi basta un niente e la nostra vita ci viene portata via. A un certo punto ci viene strappata per un incidente stradale, per una malattia, per un infortunio. Abbiamo scoperto una fragilità da cui credevamo d’essere immuni. Talvolta proviamo vergogna ad ammetterla».

Il sacerdote, poi, ha ricordato cosa taluni hanno scritto in questi giorni sui social: «Non venite a dirmi che qualcuno esiste», la frase. «Ma - la sua profonda riflessione - si sbaglia. L’ho provato venendo a trovarvi nella vostra casa. Guardandomi attorno nel giardino c’era tanto silenzio che fa molto bene all’anima, aiuta a lenire il dolore. E c’è tanto amore che vi abbraccia, vi stringe. L’amore di un’intera comunità che è famiglia. Anche se non sarà possibile sostituire mamma e papà. Ma c’è un amore, quello di Paolo e Paola, che non si ferma, che è passato ai figli. E’ stato bello incontrarvi, Samuele, Mattia e Aurora, tre fratelli così diversi che vi sostenete a vicenda. I vostri genitori, nel loro lavoro per chi soffre, hanno vissuto la loro vita con l’inno dell’amore. La loro vita la davano agli altri. Questo loro amore non si ferma, è passato ai figli».

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