Cronaca / Lecco città
Martedì 14 Aprile 2026
«Contro Trump il papa ha avuto più coraggio dei politici di tutto il mondo»
Al centro Pertini serata con Ferruccio De Bortoli promossa dal Pd: «Se l’Europa non si unisce anche nella difesa ci aspettano tempi difficili»
Lecco
Non è stata una serata su Donald Trump. O meglio, lo era all’inizio, ma nel giro di pochi minuti il discorso si è allargato fino a diventare qualcosa di più scomodo: una riflessione sullo stato delle relazioni internazionali e, soprattutto, sul ruolo dell’Europa.
Al centro civico Sandro Pertini di Germanedo, l’incontro promosso dal Partito Democratico di Lecco ha messo al centro scenari globali tutt’altro che rassicuranti. A guidare l’analisi è stato Ferruccio de Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, che fin dalle prime battute ha scelto di non smussare gli angoli.
Parlando dello scontro tra Trump e Papa Francesco, De Bortoli ha usato parole nette: «Espressioni sgraziate, inaccettabili, politicamente ripugnanti». Ma subito dopo ha invitato a non fermarsi all’episodio: «Il punto non è la singola frase, il punto è che oggi non abbiamo più fiducia tra alleati».
Una frase che riassume il cuore del suo intervento e che torna più volte, con variazioni minime ma sempre con lo stesso peso: «L’Europa non ha più fiducia nelle parole degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non considerano più l’Europa un interlocutore. Questo è il vero danno».
Per De Bortoli, non si tratta di una crisi passeggera. «Pensare che sia solo una parentesi è una speranza legittima, ma è fuori luogo», dice senza esitazioni. Il cambiamento è strutturale e riguarda il modo stesso in cui funzionano le relazioni internazionali.
A incidere è anche la trasformazione della comunicazione politica. «I social network hanno eliminato i filtri. Se nella crisi dei missili di Cuba ci fossero stati i social, probabilmente la guerra sarebbe scoppiata», osserva, spiegando come oggi i leader parlino e reagiscano senza più mediazioni.
Eppure, anche dentro questo quadro, emergono paradossi. L’attacco al Papa, ad esempio, ha prodotto un effetto opposto a quello atteso: «Lo ha posto nella condizione di essere l’unico leader mondiale ad aver detto a Trump quello che altri non hanno potuto dire». Un modo per dire che, mentre il linguaggio si radicalizza, la leadership si assottiglia.
Ma il passaggio più politico arriva quando De Bortoli prova a spiegare perché Trump funziona. «Gran parte della ricchezza prodotta dopo il Covid negli Stati Uniti è andata all’1% più ricco della popolazione. Questo ha creato un senso di sconfitta diffuso», afferma. E aggiunge: «Trump non dice cose giuste, ma le dice bene. Interpreta la rabbia e individua nemici».
Una lettura che sposta il discorso dal leader al contesto, e che inevitabilmente chiama in causa anche l’Europa. «L’Europa non ha una politica estera», osserva, sottolineando come le divisioni interne rendano difficile qualsiasi posizione comune. «Su molti dossier abbiamo posizioni completamente differenti, e questo ci rende deboli».
Il tema della sicurezza è un altro nodo centrale. «Non possiamo pensare che il contribuente americano continui a pagare la sicurezza dell’Europa», dice, indicando una responsabilità che non può più essere delegata.
Da qui una conclusione che non lascia molto spazio a interpretazioni: «L’alternativa è diventare protagonisti oppure diventare una zona più povera del globo, senza forza tecnologica e militare».
Non un allarme, ma una constatazione.
Nel dibattito sono intervenuti anche Alberto Pagani e Silvia Roggiani, che hanno provato a riportare il ragionamento sul terreno politico. Pagani, docente di geopolitica e geostrategia all’Università di Bologna ed ex deputato, ha insistito sul fatto che «Trump non è una maledizione», ma «l’espressione di una parte di società americana arrabbiata e disorientata». Il rischio, ha spiegato, è sistemico: «Se salta la fiducia tra alleati, salta il sistema». E per questo, ha aggiunto, «nessun Paese europeo da solo è in grado di stare nella competizione globale». Roggiani, deputata e segretaria regionale del Partito Democratico lombardo, ha invece messo l’accento sulla dinamica del consenso: «Oggi si vota più sui sentimenti che sulle ideologie, spesso su paure e insicurezze». E guardando all’Italia ha osservato: «Non abbiamo Trump, ma abbiamo Giorgia Meloni», sottolineando come certe dinamiche siano già presenti anche nel nostro contesto.
La linea che emerge, al di là delle differenze, è una: il problema non è solo Trump. È il mondo che lo ha reso possibile.
E a giudicare dal tono della serata, nessuno sembra davvero convinto che basti aspettare che passi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA