Il generale Cornacchia a Lecco: «Trovai il corpo di Aldo Moro. Cerco ancora la verità»

Dal caso Moro all’omicidio Pasolini, fino all’arresto di Vallanzasca. Ospite della rassegna “Libri-Liberi” ,promossa da Confindustria Lecco e Sondrio, “Airone 1”, protagonista delle indagini sugli anni del terrorismo

Lecco

«Nel 1952 avevo due strade davanti, una civile e una militare. Fu padre Pio a dirmi: “Fai la vita militare, e se ti comporterai bene arriverai in alto”. Ho obbedito. E penso di essermi comportato bene». A 95 anni, il generale di brigata dei Carabinieri in quiescenza Antonio Cornacchia conserva uno sguardo tagliente e una memoria che non ammette crepe. Autore di sette libri, è stato comandante del Nucleo investigativo di Roma negli anni più bui della Repubblica. Nome in codice “Airone 1”, ha attraversato il cuore nero degli anni Settanta: terrorismo, criminalità organizzata, misteri irrisolti.

Quattro attentati subiti, tre bombe a mano lanciate contro di lui, oltre un decennio al vertice delle indagini più delicate. A Lecco è arrivato ospite della rassegna “Libri-Liberi”, promossa da Confindustria Lecco e Sondrio. «I libri servono a capire il passato e orientare il futuro- ha ricordato il presidente Marco Campanari-. E oggi ascoltiamo chi la storia l’ha vissuta in prima linea».

Generale, cosa significava indagare durante il terrorismo?

«Dal ’68 all’85 fu la strategia della tensione, gli anni di piombo. Il terrorismo aveva preso il sopravvento, in tante forme. Le Brigate Rosse erano le più strutturate. C’era un’ideologia forte, una struttura militare. Noi abbiamo prima tamponato, poi colpito i vertici. Ma ogni arresto apriva un altro fronte». Cornacchia ricorda il clima: turni infiniti, uomini sotto scorta, famiglie blindate. «Non si viveva, si resisteva».

Il suo rapporto con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa?

«Un rapporto di stima e franchezza. Dalla Chiesa aveva una visione moderna dell’investigazione. Credeva nell’intelligence, nel lavoro di squadra, nell’analisi dei flussi finanziari quando ancora non era una prassi diffusa. Con lui si parlava chiaro. Non amava le mezze verità. Quando c’era da decidere, decideva. E si prendeva le responsabilità. Ricordo riunioni tese, ma sempre orientate a un obiettivo: lo Stato doveva dimostrare di essere più forte. Non più feroce, più forte».

Il caso Moro resta una ferita aperta. Cosa ricorda di quei 55 giorni?

«Sono stato io a trovarlo. 9 maggio 1978, ore 13.30. Renault 4 rossa, via Caetani. Quando alzai il portellone vidi la lingua insanguinata tra i denti. Un momento indescrivibile. Moro lo conoscevo. Ero fuori di me. Cinque minuti dopo arrivò l’onorevole Paetta, poi il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mi chiese: “È lui?”. Fece il segno della croce. Nel pomeriggio si dimise. Il caso Moro è ancora in balìa delle onde. Un giorno sapremo. Forse tra cent’anni».

L’omicidio di Pier Paolo Pasolini?

«Arrestammo Pino Pelosi. Ma non fu solo. Lo disse anche il professor Durante, che eseguì l’autopsia: da solo non avrebbe potuto. Le ferite, la dinamica, tutto raccontava un’aggressione plurima». Poi un ricordo personale: «Conobbi Pasolini ad Assisi, quando comandavo la compagnia locale. Mi telefonò all’alba: aveva letto tutta la notte i Vangeli. Era entusiasta, quasi febbrile. Da lì nacque “Il Vangelo secondo Matteo”. Era un uomo tormentato ma lucidissimo. Oriana Fallaci mi disse che Pasolini era un profeta isolato, uno che vedeva prima degli altri ma restava solo. Forse è stata questa la sua condanna».

Lei arrestò Renato Vallanzasca. Chi era davvero?

«Due fasi. La prima con una banda di professionisti, il top delle rapine a Milano. La seconda improvvisata, quasi disperata. Quando lo presi a Roma, dopo un conflitto a fuoco, minacciava di far saltare la palazzina con il tritolo. Lo convinsi ad arrendersi. Lo volevo vivo. Quando lo catturammo, vidi un rivolo giallo a terra, pensai fosse benzina. Per un attimo temetti avesse davvero innescato qualcosa. In realtà si era fatto pipì addosso per la tensione. Erano secondi che sembravano minuti. In quei momenti non puoi permetterti di sbagliare valutazione».

Cornacchia lei seguì anche le indagini sulla Banda della Magliana e sul caso Pecorelli.

«Roma era un crocevia. Criminalità comune, terrorismo, poteri occulti. Tutto si sfiorava. Dopo l’omicidio del colonnello Varisco, collega e amico, diventai un bersaglio diretto. Dovevano uccidere me. Mi salvai solo perché arrivai in ritardo di venti minuti a un appuntamento. Alla fine lasciai Roma: non furono i carabinieri a mandarmi via, ma le Brigate Rosse».

Oggi l’Italia è più sicura?

«È diversa. Allora c’era un’ideologia, sbagliata ma definita. Oggi c’è disorientamento. E il disorientamento crea insicurezza».

Ha mai avuto paura?

«Se avessi avuto paura non sarei uscito di casa. Avevo 385 uomini. Non potevo permettermelo. Non avevo neanche il tempo di pensare alla paura». Sorride appena. «Forse arriverò a cento anni – dice – magari per sapere la verità su Moro».

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