La chiesetta dimenticata dell’ex acciaieria del Caleotto

Il racconto di Isidoro Nasatti riporta alla luce la storia della chiesa del Caleotto, tra memoria operaia, fede e degrado. Un luogo simbolo che oggi attende una possibile valorizzazione.

Lecco

Un luogo dimenticato, sopravvissuto alle trasformazioni industriali e oggi sospeso tra degrado e memoria. La piccola chiesa di San Padre Pio al Caleotto, nell’area oggi occupata dal centro commerciale Le Meridiane a Lecco, torna a vivere attraverso il racconto di Isidoro Nasatti, 83 anni, di Civate, ex lavoratore dell’acciaieria. Un testimone diretto che, tra aneddoti e ricordi personali, restituisce il valore umano e simbolico di uno spazio che rischia di essere dimenticato.

«Questa era la chiesina dove veniva effettuata la messa alla domenica per gli operai dell’acciaieria del Caleotto», racconta Nasatti . Un luogo semplice, ma centrale nella vita di fabbrica, dove fede e lavoro si intrecciavano ogni settimana. Non solo operai: un ingresso secondario permetteva anche ai cittadini di accedervi, segno di un legame stretto tra l’industria e la comunità.

Col passare degli anni, però, quella chiesina ha perso la sua funzione originaria, diventando prima deposito e poi simbolo di incuria. Nasatti ricorda con amarezza l’ultima volta che vi entrò, durante la demolizione dei capannoni: «Una cosa oscena», la definisce, descrivendo il pavimento coperto di materiali industriali gettati alla rinfusa, pareti sporche di vernice, scaffali svuotati senza alcun rispetto. Un destino comune a molti spazi dismessi, ma che qui assume un peso diverso, perché si tratta di un luogo sacro.

Eppure, attorno a quella chiesina si sono costruite storie che vanno ben oltre l’ambito religioso. Una delle più significative riguarda la “Madonnina del Caleotto”, un’immagine sacra collocata un tempo sulla palazzina della direzione. Durante la guerra, racconta Nasatti, gli operai si fermavano a pregare per i figli al fronte. «Venivano qui perché tornassero vivi», ricorda.

Non solo devozione quotidiana: quella Madonnina era anche al centro di processioni popolari verso Belledo, dove vivevano molte famiglie degli operai. In una di queste occasioni, un bambino finì sotto un’auto durante il passaggio del corteo. Tutti lo credettero morto. «Quando l’hanno tirato fuori era vivo, solo con i vestiti stracciati. Lo chiamarono miracolo» .

Proprio quella Madonnina è diventata, anni dopo, il centro di una vera e propria “battaglia” personale di Nasatti per salvarla dalla distruzione. Durante le demolizioni, intuendo il rischio che potesse andare perduta, decise di recuperarla di nascosto, caricandola su un camion e portandola al magazzino. Da lì nacquero tensioni interne: chi voleva portarla a casa, chi sistemarla altrove. Alla fine intervenne la direzione, e solo grazie a una soluzione formale – una sorta di trasferimento ufficiale alla parrocchia – l’immagine sacra fu salvata.

Un gesto che Nasatti rivendica ancora oggi con orgoglio, anche se con un velo di delusione. La Madonnina, infatti, dopo un primo periodo di esposizione, è finita in un ripostiglio, lontana dagli occhi della comunità. «Però c’è un documento in Curia a Milano con la mia firma: non la possono distruggere», sottolinea.

La chiesina, nel frattempo, ha seguito un percorso altrettanto incerto. Dopo la dismissione industriale, è stata dedicata a Padre Pio, assumendo una nuova identità che però, secondo Nasatti, poco ha a che fare con la sua storia originaria. Poi la chiusura, soprattutto durante il periodo del Covid, e infine il degrado.

A riaccendere l’attenzione sul luogo è stato anche l’incendio dell’11 giugno 2022. Un episodio che ha reso evidente quanto quel piccolo edificio sia rimasto ai margini delle trasformazioni urbanistiche dell’area.

Nonostante tutto, per Nasatti la chiesina conserva un valore che va oltre la sua funzione religiosa. «È una chiesa con una storia particolare, che risale addirittura ai tempi della Villa del Manzoni», osserva . Un riferimento che apre uno spiraglio su un possibile recupero in chiave culturale e turistica.

È proprio questa la speranza dell’ex operaio: vedere riconosciuto il valore storico e identitario di quel luogo. «Sarebbe la più grande soddisfazione che posso avere», dice, immaginando una valorizzazione capace di restituire dignità alla chiesina e alla memoria del Caleotto.

Nel frattempo, qualcosa si è mosso. Nasatti riconosce l’intervento dell’amministrazione, citando il sindaco Mauro Gattinoni e la parrocchia per aver almeno messo in sicurezza l’area e rimosso parte del degrado . Ma non basta. La chiesina non è solo un edificio abbandonato: è il frammento di una storia collettiva fatta di lavoro, fede e comunità. E come tutte le storie, se non viene raccontata e custodita, rischia di scomparire.

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