Cronaca / Lecco città
Venerdì 13 Febbraio 2026
Marco Tarabini, dal cuore di Lecco alla guida del Politecnico: «Formiamo menti curiose per il mondo che verrà»
E’ il nuovo prorettore della sede lecchese del Politecnico di Milano. Ingegnere meccanico, punta su internazionalizzazione, dialogo con le imprese e formazione orientata a spirito critico e innovazione.
Lecco
È lecchese, e in un certo senso al Campus ci è nato davvero. Nel 1978, nell’edificio dell’ex Maternità che oggi ospita aule e laboratori del Polo di Lecco del Politecnico di Milano. Marco Tarabini, ingegnere meccanico, è il nuovo prorettore della sede lecchese: un incarico che arriva al termine di un percorso costruito interamente all’interno dell’Ateneo, tra ricerca, didattica e rapporti sempre più stretti con il tessuto produttivo del territorio. Un legame personale e professionale che racconta bene cosa rappresenti oggi il Campus per la città: non più soltanto un’università “sotto casa”, ma un punto di riferimento riconosciuto ben oltre i confini provinciali.
Professore Tarabini, essere il primo lecchese alla guida del Polo di Lecco che effetto le fa?
È una grande soddisfazione. Sono lecchese e, in un certo senso, qui ci sono nato davvero: nel 1978, nell’edificio dell’ex Maternità dove oggi ho dei laboratori di ricerca. È un legame forte, personale, che rende questo incarico ancora più significativo.
Il suo percorso parte dall’istituto tecnico Badoni e arriva fino al Politecnico. Com’è nata questa carriera?
Ho studiato al Badoni e, mentre frequentavo l’università, ho anche insegnato lì. Ancora oggi incontro ex studenti che ricordano le esercitazioni in laboratorio. Poi ho fatto il dottorato tra Lecco e Milano, lavorando sullo studio degli effetti delle vibrazioni sul corpo umano. Da lì ho proseguito tutta la carriera al Politecnico: prima ricercatore, poi professore associato e infine ordinario al Dipartimento di Meccanica.
Proprio su quel tema avete costruito un ambito di ricerca molto riconosciuto.
Sì, negli anni abbiamo creato un piccolo polo di eccellenza. Abbiamo portato a Lecco più di dieci ricercatori internazionali per studiare tematiche molto specifiche legate alle vibrazioni e ai loro effetti sul corpo umano. È l’area scientifica in cui sono più attivo e che identifica fortemente il nostro lavoro.
Oggi il Campus conta circa duemila studenti. È ancora un’università “sotto casa”?
Direi di no. Ormai nessuno viene a Lecco solo perché è vicino. Gli studenti scelgono questa sede perché trovano un’offerta formativa distintiva. Un esempio su tutti è il corso quinquennale di Ingegneria e Architettura: è un percorso unico, a numero chiuso, che si satura stabilmente. Chi lo vuole deve venire qui.
Qual è oggi il panorama dei corsi attivi al Polo di Lecco?
Abbiamo Ingegneria della Produzione Industriale, che copre l’area tra meccanica e gestionale, e poi diverse lauree magistrali in inglese in ambito meccanico, con orientamenti come Sports Engineering e Smart and Sustainable Industries. C’è anche Civil Engineering for Risk Mitigation e, da due anni, un corso triennale in inglese legato alla progettazione delle interfacce, che ha portato a Lecco anche la scuola di Design. Oggi convivono ingegneria, architettura e design: una combinazione molto interessante.
Gli studenti arrivano da tutto il territorio o il bacino è più ampio?
È molto ampio. Abbiamo studenti da tutta Italia, soprattutto dal Sud e dal Centro, ma anche molti lombardi e lecchesi. La componente internazionale è importante: circa quattrocento studenti arrivano dall’estero. In alcuni corsi, come Sports Engineering, vediamo una presenza significativa dal Nord America, oltre che da Germania e Paesi nordici.
Il rapporto con le imprese è sempre stato uno dei pilastri del Polo. Com’è cresciuto nel tempo?
Tantissimo. Nel 2013 abbiamo avviato PoliLink, che all’inizio era davvero poco più di un numero di telefono per dire alle aziende: se avete bisogno, chiamateci. Col tempo le richieste sono cresciute e oggi siamo passati da contratti annuali per poche decine o centinaia di migliaia di euro a oltre un milione di euro l’anno solo sul territorio lecchese, tra ricerca applicata, servizi e collaborazione.
E sul fronte occupazionale i numeri restano molto positivi.
Sì, le statistiche ci dicono che sostanzialmente tutti trovano lavoro entro due mesi dalla laurea. In realtà più della metà ha già un contratto il giorno stesso della laurea. Quei due mesi spesso coincidono semplicemente con una pausa prima di iniziare a lavorare.
I corsi in inglese hanno cambiato anche il profilo internazionale del Campus?
Sicuramente. Non è vero che gli studenti stranieri vengono, studiano e poi tornano a casa portandosi via tutto. Una parte consistente, tra il 50 e il 60%, vorrebbe restare. Chi rientra nel proprio Paese spesso mantiene rapporti con noi e dopo qualche anno torna a cercare contatti con aziende o partnership. In un mercato globale bisogna essere pragmatici e cogliere le opportunità.
Lei è prorettore da poco. Che mondo aspetta questi ragazzi secondo lei?
È difficile dirlo. Non sappiamo come sarà il mondo tra vent’anni e questo cambia anche il modo di insegnare. Non possiamo più insegnare solo lo strumento, perché quello di oggi tra cinque anni sarà già superato. Dobbiamo insegnare curiosità, spirito critico, capacità di ragionare sui problemi. Poi c’è una sfida: le aziende chiedono persone pronte subito, ma noi dobbiamo anche prepararle a usare gli strumenti di domani.
L’intelligenza artificiale quanto inciderà su questo scenario?
L’AI non è nata ieri: il primo laboratorio di intelligenza artificiale al Politecnico risale agli anni Settanta. È cambiato il fatto che oggi è diventata accessibile a tutti. Dopo una fase iniziale quasi “emotiva”, in cui sembrava potesse fare tutto, stiamo entrando in una fase più pragmatica. Dobbiamo capire come usarla davvero per essere più produttivi, nella vita quotidiana e nell’industria.
Cambierà anche la didattica universitaria?
Sì, e in parte lo sta già facendo. Mi chiedo, ad esempio, se abbia ancora senso valutare una tesi per la chiarezza espositiva quando uno strumento può rendere chiaro qualunque testo. Forse bisognerà valutare di più come lo studente interagisce con gli strumenti e come ragiona, non solo il risultato finale. Anche il modello di lezione cambierà: più contenuti fruibili in autonomia e più tempo in presenza per attività ad alto valore come i laboratori.
Il tema della formazione continua resta centrale anche per le imprese.
Assolutamente. Il Politecnico ha tre missioni: didattica, ricerca e trasferimento tecnologico. Stiamo lavorando a progetti con Confartigianato e altri partner per sviluppare nuovi metodi di formazione continua, anche asincrona, su temi come intelligenza artificiale, lavorazioni meccaniche e disegno tecnico. La conoscenza evolve troppo rapidamente per pensare di aggiornarsi solo quando serve: la formazione deve diventare un processo costante.
Come vede i giovani di oggi rispetto alle generazioni precedenti?
Sono cambiati soprattutto i modi di apprendere. Oggi si studia guardando video, rivedendo lezioni registrate, cercando spiegazioni diverse online. Non possiamo pensare che ragionino fuori dagli strumenti del loro tempo. Ma c’è una cosa che non cambia: per imparare serve fatica. Il fatto che tutto sia a portata di clic non elimina l’impegno necessario per far propri i concetti.
Il Campus è davvero aperto alla città, come si dice spesso?
Sì, ed è una cosa a cui teniamo molto. Ospitiamo ogni anno centinaia di ragazzi e anche bambini per visite e attività nei laboratori. Non è mai troppo presto per scoprire che esiste anche una cultura tecnica, che ha garantito prosperità al nostro territorio per secoli e che può continuare a farlo anche in futuro.
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