Cinquant’anni dal disastro ambientale di Seveso: Mattarella ricorda il lecchese Cesare Golfari

Cinquant’anni fa il disastro ambientale di Seveso, alle porte della Provincia di Lecco. A ricordare l’accaduto oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nel suo discorso ha omaggiato il lecchese Cesare Golfari, allora presidente della Regione

Lettura 5 min.

Seveso

Dolore, malattia, ma anche rinascita. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella oggi a Seveso ha riassunto così il senso della commemorazione dell’incidente dell’Icmesa del 10 luglio 1976. Incisivo, sintetico e senza sconti il suo intervento davanti ai sindaci della Brianza e alle autorità. Una mattina densa di ricordi e testimonianze, ma anche di moniti a far meglio perché quanto accaduto non si ripeta. La presenza del presidente è stata il sigillo alla consapevolezza che, come ha detto lui stesso: «Seveso è stato il punto di svolta in tema di sicurezza ambientale e il triste paradigma di ciò che non si deve fare, ma è anche la riscossa civile di fronte a un’intollerabile irresponsabilità aziendale e a un ritardo nel dare le informazioni».

Direttiva diventata legge

E’ infatti a seguito del disastro in Brianza che la “direttiva Seveso” è diventata negli anni ’80 legge europea e impone agli Stati membri di identificare i propri siti a rischio. Mattarella ha ricordato i «200 bambini colpiti da cloracne (e molti adulti, nda), i rischi di malformazione dei nascituri, le donne e gli uomini della solidarietà, i medici e i sanitari che lavorarono senza sosta» ma ha ricordato, unico a farlo, anche «Carlo Galante, operaio dell’Icmesa e medaglia d’argento al valore civile, vero eroe, che, azionando a suo rischio la valvola di raffreddamento dell’impianto, ridusse il danno della diossina». A Seveso Mattarella ha citato anche Como, con Antonio Spallino, al lavoro a fianco dell’allora presidente regionale, il lecchese Cesare Golfari, e l’opera della Regione guidata poi da Giuseppe Guzzetti.

Dell’atmosfera apocalittica di quella nube rosa-giallognola che 50 anni fa galleggiò sopra le case del Comune brianzolo, ha raccontato anche il sindaco di Seveso Alessia Borroni che ha aperto i lavori. La sua è stata una memoria vivida di bambina piccolissima: «sulla biciclettina, girando per le strade di Seveso, venivo fermata dai militari che mi chiedevano dove stessi andando».

La Borroni ha voluto ricordare anche il percorso di riscatto fatto dalla sua città con la bonifica e la creazione del Bosco delle Querce, tra Seveso e Meda, insignito del “Marchio del Patrimonio Europeo 2025” dalla Commissione europea e che verrà presto ampliato. Un polmone verde, sopra le vasche blindate che custodiscono macerie e oggetti contaminati, dove vive ancora, sopravvissuto alla diossina mentre le altre piante morivano bruciate dalla sostanza (più di 80mila gli animali morti o abbattuti), il pioppo centenario inserito nell’elenco nazionale degli alberi monumentali d’Italia.

Un ringraziamento unanime è arrivato a Seveso anche al medico Paolo Mocarelli, oggi novantenne, nel 1976 primario di Patologia all’ospedale di Desio, che con i colleghi, dopo il disastro Icmesa, sottopose ad esami tutta la popolazione ed ebbe l’intuizione di congelare le provette che, 11 anni dopo, permisero al Cdc (centro prevenzione e controllo malattie) di Atlanta di affermare che gli abitanti di Seveso avevano nel loro sangue almeno seimila volte la dose di diossina che si poteva rilevare sugli altri esseri umani in quegli anni.

Rigenerazione

Il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, ringraziando anche il presidente del Senato Ignazio La Russa per la sua presenza, ha detto che «Seveso ha insegnato che l’ambiente è la casa comune, di vita e di lavoro, che va difeso» e ricordato del ruolo «che in quel frangente ebbe la Regione con Giuseppe Guzzetti che seguì l’emergenza, ma anche la bonifica facendo di Seveso un esempio di rigenerazione».

Il presidente di Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) Lombardia Fabio Losio ha citato il ruolo fondamentale e lungimirante dell’ente. Un flash mob di bambini è stato la commovente cornice introduttiva alla mattinata e una narrazione teatrale di Equivochi Tribù creativa ha raccontato la vicenda Icmesa. C.Colmegna

«A cinquant’anni da quella tragedia, il dovere della memoria resta fondamentale - ha dichiarato il sottosegretario regionale Mauro Piazza -. Seveso rappresenta una ferita profonda nella storia della Lombardia, ma anche una straordinaria testimonianza di capacità di reazione, responsabilità istituzionale e coesione delle comunità locali. Quella vicenda non riguardò soltanto Seveso o i comuni direttamente interessati dalla nube tossica. Fu una prova che coinvolse l’intera Lombardia. Anche il Lecchese seguì con forte partecipazione quanto stava accadendo in Brianza, condividendo le preoccupazioni e il percorso di rinascita che ne seguì».

Piazza ha inoltre voluto ricordare la figura di Cesare Golfari, presidente della Regione Lombardia negli anni del disastro di Seveso, protagonista della gestione dell’emergenza e della successiva fase di bonifica, ricostruzione e rilancio del territorio: «Desidero rivolgere un pensiero a Cesare Golfari, che guidava Regione Lombardia in una fase particolarmente complessa della nostra storia. Le istituzioni regionali seppero assumersi grandi responsabilità, accompagnando il territorio nel difficile percorso di bonifica, recupero ambientale e ritorno alla normalità. È anche grazie a quella stagione amministrativa se oggi possiamo guardare a Seveso come a un esempio riconosciuto di rinascita e resilienza».

Le testimonianze

Il 10 luglio 1976, Giuliana Zorzi compiva 18 anni. Un giorno di festa che, invece, segnò l’inizio di un incubo per lei e la sua famiglia, residente nel cuore di quella che sarebbe diventata la cosiddetta Area “A”, quella dell’evacuazione prima e della bonifica totale poi, con la demolizione delle case.

Dal palco del momento istituzionale, è lei a raccontare la sua storia: «Ricordo che arrivò la nube, mia madre chiuse le finestre per l’aria irrespirabile. Pochi giorni dopo arrivarono gli uomini dell’Icmesa con la tuta bianca: ci dissero di non mangiare frutta e verdura. Poi si ammalò il mio gatto: era nato muto e non poteva esprimere il dolore. Non sentimmo più il cinguettio degli uccelli, c’era un silenzio di morte». Poi, il 24 luglio, l’ordinanza di evacuazione: «Ci dissero di preparare una valigia per 15 giorni, il tempo necessario alla bonifica. Portammo via poche cose, convinti di tornare entro poche settimane, come promesso. Andammo in un residence a Bruzzano. Dopo circa un anno, eravamo ancora sfollati, arrivò la notizia che sarebbe stata demolita la nostra casa».

I ricordi di Giuliana vanno alla famiglia, con la voce rotta dall’emozione: «La nostra casa venne demolita e con lei non scomparvero soltanto mobili, fotografie ed oggetti. Dentro quei muri c’erano anni di sacrifici, sogni, ricordi, rinunce e speranze. Fu demolita la nuova cucina moderna, stile americano, color cipria, che tanto aveva desiderato mia mamma Milena. Lì dentro c’erano le sue mani, il suo gusto, la sua cura. Tutto venne demolito e sepolto. Tra le cose che sono state sotterrate, quello che mi manca di più è Marcello, il mio bambolotto. Me lo avevano regalato i miei genitori quando ero bambina».

Come tanti sevesini, Giuliana volle però rimanere, riuscendo a ripartire: «Mi sono sposata e abbiamo avuto un figlio. Abbiamo trasformato una ferita in memoria e la memoria in responsabilità. Oggi, dove una volta c’era la mia casa, cresce il Bosco delle Querce. Un luogo bellissimo; eppure, ogni volta che cammino tra questi alberi, una parte di me continua a cercare la strada di casa».

«Il giorno del disastro non eravamo a casa. Sono però morti anche a noi degli animali, sono stati anni difficili». A parlare è una signora tra il pubblico, mentre assiste alla cerimonia. Il Bosco delle Querce, anche per lei, è simbolo di riscatto, ma non solo: «Ricordiamoci che quest’area verde esiste anche perché la popolazione si oppose all’ipotesi di prevedere qui un inceneritore per eliminare i materiali contaminati. Siamo orgogliosi del Bosco delle Querce: dimostra che la coesione delle persone aiuta ad arrivare al bene, a risultati positivi».

Pensiero, quest’ultimo, condiviso da Giuseppe Cassina: nel 1976 era assessore nella Giunta Rocca, prima di diventare sindaco negli anni segnati dalla rinascita, dal processo e dal successivo risarcimento: «Furono anni segnati dalla solidarietà, dall’unione di una comunità: tra le persone, ma anche a livello politico il consiglio comunale lavorò in un’unica direzione, pur nel rispetto della differenza di vedute. Il comportamento della popolazione fu dignitoso: sapevano che sarebbe servito tempo per le bonifiche, presentavano le loro legittime richieste, ma seppero aspettare. Noi, assieme a Regione Lombardia, cercammo di andare loro incontro anche alle loro esigenze, per esempio quando arrivò il momento di ricostruire le loro nuove abitazioni, in aree lontane da quelle contaminate».

E anche lui guarda al Bosco delle Querce come simbolo della rinascita: «Fu una soluzione ottimale creare un’area verde sopra le vasche che contenevano il materiale contaminato: abbiamo fatto rivivere degli spazi, non è stata un’area persa. Questo ha permesso di recuperare una speranza e una fiducia anche nel luogo in cui viviamo. Non tutto il male rimane male, ma può essere trasformato in bene».

Seveso, Mattarella celebra il lecchese Golfari

© RIPRODUZIONE RISERVATA