Cronaca / Merate e Casatese
Venerdì 24 Aprile 2026
Da Chernobyl alla Brianza, una speranza che resiste
Dal progetto di accoglienza nato in Brianza al viaggio nella zona contaminata, il racconto di Armando Crippa tra memoria, aiuti concreti e un legame umano che resiste ancora oggi.
Cassago
Ci sono viaggi che non servono a vedere, ma a toglierti l’illusione di aver capito. Quello che Armando Crippa compie nel 2017, insieme ad altri volontari di “Cassago chiama Chernobyl”, è uno di quelli. Non è turismo della memoria, è il punto di arrivo – o forse di passaggio – di una storia iniziata molto prima, quando da un piccolo paese della Brianza è nata un’idea semplice: ospitare bambini provenienti dalle zone contaminate dal disastro nucleare.
«Abbiamo capito subito che la cosa più importante era aiutare i bambini» racconta Crippa . Da lì prende forma un progetto che negli anni coinvolge decine di famiglie e poi interi territori. Le cosiddette “vacanze terapeutiche”: settimane, a volte mesi, lontani da un ambiente compromesso, per respirare aria diversa, mangiare meglio, crescere. «Siamo partiti con 33 bambini nel 1996, poi siamo arrivati anche a 200 presenze l’anno» .
Ma non si è fermato lì. Quella che nasce come accoglienza diventa relazione. Un legame che si consolida soprattutto con l’area di Chernigiv, nel nord dell’Ucraina, una delle più colpite. Negli anni l’associazione costruisce un ponte concreto: non solo ospitalità, ma aiuti sanitari, formazione, presenza costante. «Abbiamo consegnato attrezzature importanti agli ospedali e recuperato ambulanze dismesse qui da noi per portarle là» . In totale sono diciannove i mezzi inviati, rimessi in funzione grazie al lavoro volontario. Non esattamente il classico gesto simbolico.
È dentro questa storia che si inserisce il viaggio del 2017. Per entrare nella zona contaminata non basta volerlo. «Passaporti, autorizzazioni… peggio che passare una frontiera» racconta Crippa . Un sistema di controlli che ricorda, fin da subito, che si sta entrando in un luogo fuori dalla normalità.
E poi l’impatto, quasi contraddittorio. «La natura è rigogliosa, vedere tutto così non dà l’idea della gravità» . Ma è un’illusione breve. «A raggio di 30 chilometri non c’è più nessuno» . Case vuote, villaggi scomparsi, una vita cancellata senza rumore.
L’avvicinamento alla centrale è scandito dai numeri dei contatori Geiger. «Quando arrivavano alla soglia di allarme suonavano e dovevamo allontanarci» . Il pericolo non si vede, ma si misura. «Eravamo a livelli dieci volte superiori alla norma» .
Davanti al reattore numero quattro, il luogo dell’esplosione, tutto si riduce all’essenziale. «Ci siamo fermati poco, perché era rischioso rimanere» . Ed è lì che torna la domanda sulle cause. «È stato un esperimento imposto dall’alto, contro il parere dei tecnici» spiega Crippa . Una decisione che ha innescato una reazione fuori controllo: «Hanno abbassato le barre di raffreddamento e fatto entrare acqua, come una pentola a pressione. Il vapore ha fatto esplodere tutto» .
Poi c’è Pripyat. «Sembrava di essere in un altro mondo» . Una città modello, evacuata in poche ore. «Avevano detto alla gente di uscire per pochi giorni. Sono passati quarant’anni» . Dentro i palazzi, i segni di quella fuga ordinata: «Bambole, giocattoli, oggetti lasciati lì» .
Il parco giochi è forse l’immagine più potente. «La ruota panoramica era nuova, doveva essere inaugurata proprio in quei giorni. Non ha mai funzionato» . Un simbolo fin troppo evidente di un futuro interrotto.
Attorno, anche i segni più sottili della contaminazione. «Pesci con forme diverse, mutate» . E un viale con i nomi dei villaggi evacuati, «70-80 paesi cancellati, con in fondo un angelo nero» .
Eppure, nonostante tutto, il legame umano resta. «Quello che ci ripagava di tutti gli sforzi era l’accoglienza che ricevevamo» . Un paradosso difficile da spiegare: da una parte il vuoto, dall’altra una relazione fortissima costruita negli anni.
Oggi quell’esperienza continua, anche se il contesto è cambiato. Alla tragedia nucleare si è aggiunta la guerra. Ma la logica resta la stessa: esserci. Con aiuti umanitari, con progetti sanitari, con l’idea – testarda, forse – che anche un’ambulanza recuperata o qualche settimana di accoglienza possano fare la differenza.
Crippa la mette giù senza troppi giri di parole: «Abbiamo cercato di fare la nostra parte» . Che detta così sembra poco. Poi guardi trent’anni di storia, un viaggio dentro Chernobyl e un legame che arriva fino a Chernigiv, e capisci che è esattamente il contrario.
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