Le famiglie di Giorgia e Milena: «Uno sconto di pena che sa di beffa»

Lettera aperta dei genitori delle due ragazze travolte e uccise il 20 settembre 2025 a Brivio sulla riduzione automatica della pena all’investitore

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Brivio

«Pare quasi una beffa». Con queste parole le famiglie di Giorgia Cagliani e Milena Marangon tornano a parlare pubblicamente della tragedia che il 20 settembre 2025 ha sconvolto Paderno d’Adda e l’intero territorio lecchese. Lo fanno attraverso una lettera aperta rivolta «a tutte le persone di buona volontà», dopo l’ultimo sviluppo della vicenda giudiziaria legata alla morte delle due giovani amiche, entrambe ventunenni.

L’uomo che le investì e uccise mentre camminavano lungo via per Airuno, a Brivio, ha infatti rinunciato a presentare appello contro la sentenza di primo grado che lo aveva condannato a tre anni e sei mesi di reclusione. Una decisione che, da un lato, viene accolta positivamente dai familiari perché rende definitiva la condanna e chiude il procedimento giudiziario. Dall’altro, però, comporta l’applicazione automatica di una riduzione di pena prevista dalla normativa per chi rinuncia all’impugnazione dopo un rito abbreviato.

Lo sconto equivale a un sesto della pena. Nel caso concreto significa circa sette mesi in meno, con la condanna che scende a poco meno di tre anni.

La tragedia avvenne alla vigilia della festa patronale di Brivio. Giorgia e Milena, studentesse universitarie e amiche inseparabili, stavano percorrendo a piedi via per Airuno per raggiungere il lungofiume dell’Adda. Si tratta di un tratto stradale privo di marciapiede e scarsamente illuminato. Un furgone le travolse senza lasciare loro scampo.

Alla guida c’era un autotrasportatore polacco di 34 anni. Gli accertamenti effettuati dopo l’incidente evidenziarono la positività agli stupefacenti, mentre risultò negativo il test alcolemico. Secondo quanto emerso durante le indagini, l’uomo era sotto l’effetto di cannabinoidi, viaggiava a 81 chilometri orari in un tratto dove il limite era di 70 e stava guidando da circa 14 ore con pause minime.

La Procura contestò il reato di duplice omicidio stradale aggravato. Dopo l’arresto e la convalida del Gip, l’uomo trascorse circa cinque mesi in carcere prima del trasferimento in una comunità di accoglienza.

Il processo si è svolto con rito abbreviato davanti al Tribunale di Lecco. Durante il dibattimento non sono mai state contestate le condotte attribuite all’imputato. Il principale punto di confronto ha riguardato l’aggravante legata alla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.

La Procura aveva chiesto una condanna a due anni e sei mesi di reclusione. Il Tribunale, pur confermando integralmente l’impianto accusatorio e riconoscendo l’aggravante, ha ritenuto quella richiesta non adeguata alla gravità dei fatti, elevando la pena a tre anni e sei mesi.

Nella lettera, i familiari definiscono la condanna «tutt’altro che severa», sottolineando come consenta comunque l’accesso a benefici e misure alternative. Pur dichiarando di comprendere la posizione personale e processuale dell’imputato, ribadiscono che la perdita subita resta irreparabile e che l’unico obiettivo perseguito era quello di ottenere una conclusione giudiziaria considerata equa e rispettosa della memoria delle figlie.

La critica dei genitori si concentra soprattutto sul meccanismo automatico della riduzione di pena. Pur riconoscendo la legittimità della norma, ritengono che un beneficio di questo tipo dovrebbe essere valutato caso per caso, tenendo conto della gravità del reato e delle circostanze specifiche.

Più in generale, la lettera pone interrogativi sul funzionamento del sistema penale nei casi di omicidio stradale aggravato. Secondo i familiari, la combinazione tra rito abbreviato, attenuanti e ulteriori riduzioni successive alla sentenza rischia di produrre pene percepite come troppo distanti dalla gravità delle conseguenze causate da chi si mette alla guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti.

L’appello finale è rivolto alle istituzioni e all’opinione pubblica. Per le famiglie, la morte di Giorgia e Milena non dovrebbe essere ricordata soltanto come una tragedia che ha colpito due comunità del Meratese, ma anche come un’occasione di riflessione sulle norme che regolano i reati stradali e sulle possibili modifiche che possono nascere dalle richieste provenienti dai cittadini.

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