Le Donne Democratiche replicano a De Capitani: «La libertà delle donne non sia terreno di scontro»

Dopo le dichiarazioni del sindaco in merito all’episodio denunciato da una giovane del paese, interviene la Conferenza delle Donne Democratiche della provincia di Lecco: «Nessun uomo, italiano o straniero, parli a nome delle donne o le strumentalizzi»

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Pescate

Arriva la replica della Conferenza delle Donne Democratiche della provincia di Lecco alle dichiarazioni del sindaco di Pescate, Dante De Capitani, intervenuto dopo il racconto di una giovane che avrebbe riferito di essere stata richiamata da un uomo per il proprio abbigliamento.

In una nota, il coordinamento provinciale condanna ogni forma di controllo sul corpo e sulla libertà delle donne, ma prende le distanze anche dalle modalità con cui, a suo avviso, il caso è stato affrontato nel dibattito pubblico.

«Noi donne siamo libere e autodeterminate. Decidiamo noi cosa indossare, come muoverci negli spazi pubblici e come vivere il nostro corpo», scrivono le Donne Democratiche. «Non spetta a nessun uomo, italiano o straniero, residente o turista, dire cosa è adeguato o meno. E non spetta neppure a un sindaco indicare alle cittadine come vestirsi, né dare indicazioni, peraltro per il tramite di un uomo, su come dovrebbero vestirsi le donne di altre culture».

Secondo la Conferenza provinciale, il rischio è che episodi di questo tipo vengano trasformati in uno scontro tra uomini, mentre «in mezzo, come sempre, ci sono i corpi delle donne». Una dinamica che, si legge nella nota, «non difende la libertà femminile, ma la trasforma in un’arma da utilizzare nelle guerre culturali».

Le Donne Democratiche ribadiscono quindi che «la libertà e l’autodeterminazione delle donne non hanno nazionalità» e rappresentano «un diritto universale», da tutelare senza contrapporre modelli culturali differenti. Per questo chiedono che «si esca da questa logica» e invitano «tutti gli uomini a non usare le donne per le proprie battaglie culturali».

La nota si conclude con la condanna di «ogni episodio di controllo del corpo di una donna», definito una violazione della libertà personale, e con l’impegno a sostenere «tutte le donne che subiscono limitazioni alla propria libertà», rivendicando uno spazio pubblico nel quale ciascuna possa decidere autonomamente «come vivere e come vestirsi».

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