La pedagogia della fatica, il coraggio di essere “Io”

La storia dell’atleta comasca Ivana Iozzia trasforma la maratona in una potente metafora educativa. «Il buio non è un vicolo cieco, è un tunnel: se continui a mettere un piede davanti all’altro, la luce arriva»

Il cronometro segna tempi da élite, ma il vero talento di Ivana Iozzia non si può raccontare esclusivamente con i numeri, pur impressionanti per un’atleta che a 52 anni resta stabilmente tra le migliori maratonete in Italia.

La capacità di aggrapparsi alla corsa come a un salvagente durante tempeste che avrebbero potuto affondarla, come la gestione di un fratello gravemente malato, una simbiosi gemellare da ridefinire, la lotta contro dieci tra melanomi e carcinomi, le ha permesso di far emergere la propria identità e di sviluppare una determinazione da podio. Ivana non corre per fuggire, corre per restare presente a se stessa. La pallavolo è stato il suo primo amore, la corsa la sua vocazione, emersa tardivamente, quasi per caso, quando a 27 anni ha vinto un pettorale per New York in un concorso aziendale. Oggi, tra un allenamento e l’altro, ci racconta come la volontà può abbattere muri che sembrano insormontabili.

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