Aprica, caso Monticelli verso la sentenza: il processo potrebbe chiudersi il 9 ottobre

La Corte d’Assise respinge le nuove perizie chieste dalla Procura. In aula la criminologa Roberta Bruzzone ribadisce la tesi della difesa: «Era totalmente incapace di intendere e volere».

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Aprica

La sentenza su Antonio Monticelli, 61 anni, a processo per abbandono di incapace con conseguente decesso del padre Giorgio, novantenne, e per occultamento di cadavere per la morte della madre 91enne Anna Maria Squarza, potrebbe arrivare il 9 ottobre. La Corte d’Assise, presieduta da Carlo Camnasio, ha infatti respinto le istanze presentate al termine dell’ottava udienza dal pm Daniele Carli Ballola. Il magistrato ha chiesto una perizia medico legale sulle condizioni del padre al momento del ritrovamento nell’abitazione di Aprica, il 12 aprile 2024, e una perizia psichiatrica sull’imputato per stabilire la capacità di intendere e volere perché il perito Lanfranconi aveva dichiarato che la capacità era circa del 30/40% e quella di volere totalmente scemata.

Alle istanze si è opposto l’avvocato dell’imputato, Manuela Mauro di Sondrio, ricordando che tutti gli esperti si sono detti concordi sulle valutazioni di non capacità e volontà del suo assistito. Il giudice Camnasio, dopo una breve Camera di Consiglio, ha affermato che sono state respinte le richieste perché “il processo appare sufficientemente istruito. Chiusa l’istruttoria dibattimentale, si fissa la data per la discussione al 9 ottobre, salvo la necessità di ulteriori udienze”. Ieri, a tenere banco, è stata la maxi-deposizione della consulente di parte della difesa, la psicologa e criminologa affermata a livello nazionale, Roberta Bruzzone, la quale ha illustrato come sia pervenuta alla conclusione di ritenere l’imputato totalmente incapace di intendere e volere al momento dei fatti.

“L’elemento di area affettiva era interamente compromesso in lui - ha affermato l’esperta - non ha infatti altre figure di riferimento, al di fuori dei genitori, e quando mancano emerge in tutta la gravità il disturbo psicotico di cui è affetto. Un uomo che tiene in casa una salma e un altro soggetto in condizioni tanto critiche e non mette in campo contromisure, ha una gravità elevata della patologia: è come se avesse spento i motori. La figura materna è quella centrale, a cui aveva appaltato tutte le decisioni di peso. Poi resta il padre, ai cui ordini si attiene, seppure immobile a letto. Non riesce a fare un passo senza l’approvazione dei genitori. Non ha infatti relazioni al di fuori del perimetro familiare. Lavora, Antonio, per la ditta di famiglia, ma non è inquadrato. Perdendo i genitori è come se fosse collassato. La sua fragile struttura di personalità è stata sovraccaricata. Dirà di non essersi reso conto perché aveva problemi di cataratta, ma in realtà i problemi non sono unicamente visivi. Prima di non notare il colore della pelle c’è l’odore che emana il cadavere della mamma. Non chiama i soccorsi e dichiara con forza: ’Io non sono matto’”.

La dottoressa Bruzzone ha spiegato di avere incontrato lo scorso giugno, per un colloquio durato un paio d’ore il suo cliente, ma di avere ovviamente consultato tutte le perizie disponibili sul caso, redatte dai consulenti della Procura e della difesa, di avere analizzato l’autopsia e le relazioni delle strutture che hanno ospitato Monticelli dopo i tragici fatti. “Non è uno che vuole occultare - ha riferito la consulente - basti pensare che la porta di casa non è chiusa, il maresciallo Thomas Lisciandrello quando arriva per primo nell’alloggio non viene tenuto all’oscuro di quanto c’è all’interno. Si tratta di un soggetto schizotipico, non colora la realtà, ma la vive in bianco e nero. Va in crash quando perde le figure di riferimento, lui che non ha mai saputo farsi una famiglia, o avere interesse per un investimento sessuale. Nello schizotipico non c’è terapia che valga. I disturbi di Monticelli, è brutto a dirsi, ma non sono curabili. E’ in una bolla psicotica in cui la mente è spenta. Tutto alla deriva. Se si fossero mossi prima il padre, forse, avrebbe potuto salvarsi”. Ma è pericoloso per la società ?, viene chiesto alla teste. “Assolutamente no. Ha una vita molto semplice, routinaria. Ha atteggiamenti che lo rendono incompatibile con fenomeni di aggressività. Non è pericoloso per gli altri, lo escludo. Può, invece, non alimentarsi, dimenticarsi di bere, scivolare in fenomeni depressivi”.

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