Lovero, fucile ereditato: revocati gli arresti domiciliari per Carletto Bormolini

L’arma, mai denunciata, era appesa sopra un trofeo di camoscio. L’uomo, noto per le sue battaglie ambientali, spiega: “E’ un’eredità di famiglia”. Ora obbligo di firma.

Lovaro

«Sono stato interrogato dal giudice del Tribunale di Sondrio. Gli ho spiegato che il fucile che mi ha trovato e sequestrato la Polizia di Stato nell’abitazione di Livigno, sopra un trofeo di camoscio imbalsamato appeso al muro, non l’ho mai usato. È frutto di un’eredità avuta dalla mamma la quale, a sua volta, lo aveva ricevuto in regalo dal mio nonno Casimiro Mottini».

È appena rientrato nell’abitazione di via don Andreani a Lovero, dove si trovava agli arresti domiciliari da inizio settimana, dopo il blitz dei poliziotti della questura del capoluogo valtellinese. Carlo Bormolini, “Carletto” per gli amici e i conoscenti, 72 anni, più volte autore di crociate a favore dell’ambiente, finito nei guai per quell’arma il cui possesso non aveva mai denunciato, si sente un poco risollevato. La misura cautelare a suo carico si è notevolmente alleggerita.

«Gli agenti, sei, tutti in borghese, sono arrivati di mattina presto a bussare con forza alla mia casa di Lovero che poi hanno perquisito a fondo. In quel momento dormivo ancora. Nel mandato c’era scritto che si avevano fondati motivi per ritenere che ci fossero armi e proiettili. Non hanno trovato nulla di tutto ciò qui, mentre invece poi la perquisizione è stata estesa all’alloggio sopra la ex pizzeria Baita del Ghet di Livigno, ex pizzeria che oggi ospita una mostra curata da un mio amico. Hanno perquisito pure quei locali, poi nell’appartamento i poliziotti, tutti molto educati nel fare il loro lavoro, hanno visto il vecchio fucile da guerra, avvolto dalla polvere, e me lo hanno sequestrato. E io sono stato dichiarato in stato di arresto, in quanto sprovvisto di porto d’armi. Il pm aveva disposto per me gli arresti domiciliari e io ho scelto l’alloggio di Lovero per stare recluso», aveva raccontato Bormolini.

«E mercoledì mattina c’è stato l’interrogatorio – ha poi detto l’indagato – e il giudice, al termine dell’udienza, ha revocato la misura dei domiciliari. Sono ora sottoposto all’obbligo di firma una volta alla settimana in una caserma dei carabinieri. Quale ancora me lo devono comunicare, forse dovrò recarmi in quella di Tirano, la più vicina rispetto a dove risiedo attualmente. Posso adesso uscire di casa e raggiungere anche Livigno. In ogni caso mi è stato detto di non parlare con i giornalisti, per cui è meglio che non aggiunga altro. Ho, forse, già parlato troppo».

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