Ansa Press Release
Giovedì 30 Luglio 2026
Comunicato Stampa: “Tema: Babbo Steno (... Il tempo non esiste)”, un memoir sul tempo immortale degli affetti
La memoria disobbedisce allo scorrere del tempo . Riporta in una stanza chi non c’è più, restituisce intonazione alle voci, riaccende odori, fotografie, paure e felicità che sembravano consegnati al passato. Quando una vita viene raccontata senza separare le conquiste dagli errori, la cronaca personale può allora diventare qualcosa di più: un luogo in cui riconoscere i mutamenti di un Paese e quella trama di legami, spesso invisibile, che forma un’esistenza.
È il movimento che sostiene “Tema: Babbo Steno (... Il tempo non esiste). Svolgimento: Romanzo di una vita e... di altre vite” di Stefano Scaloni , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo . In oltre quattrocento pagine l’autore ricompone la propria vicenda, dall’infanzia nel dopoguerra alla maturità. Intorno a lui si affollano genitori e figli, parenti, amici, insegnanti, colleghi, amori e incontri casuali. Ne nasce un’autobiografia corale, insieme confessione, album di famiglia e racconto di formazione.
La costruzione dichiara fin dall’inizio una vocazione teatrale . Dopo una riflessione sul tempo, ispirata a sant’Agostino, e un prologo, la narrazione procede attraverso ventiquattro “atti”, fino a un epilogo che si presenta prudentemente come “quasi” tale e lascia il sipario aperto. Scaloni è autore, attore e spettatore della propria storia; chiama sulla scena chi l’ha attraversata, poi interrompe l’ordine cronologico per seguire il ritmo dei ricordi. La linearità generale resta leggibile, ma al suo interno si aprono deviazioni, anticipazioni, lettere, fotografie descritte, messaggi e persino pagine nate sui social.
Anche il titolo, volutamente lungo e giocoso, contiene la chiave del libro. “Tema” e “svolgimento” rimandano al compito scolastico e alla vita come materia sulla quale si continua a scrivere senza possedere in anticipo la conclusione . “Babbo Steno” conserva invece una pronuncia affettuosa dell’infanzia del figlio Alessandro, capace di trasformare Stefano nel nome domestico di un padre. Il sottotitolo allarga infine l’orizzonte: questa è la storia di una vita e, inseparabilmente, di molte altre. La parentesi “Il tempo non esiste” indica il paradosso emotivo che guida il racconto. Ciò che è stato continua ad accadere nella coscienza, e le persone amate non appartengono mai del tutto al passato.
Il primo territorio di questa geografia è la famiglia . I genitori emergono attraverso il lavoro, i sacrifici, le frasi ripetute e i piccoli riti quotidiani; con loro rivive una Jesi ancora segnata dalla guerra e già protesa verso il benessere. Il libro registra solidarietà e ristrettezze, disciplina e ingenuità, durezza educativa e calore comunitario, mostrando come l’identità si costruisca anche con ciò che da giovani si desidera lasciare.
Sul fondale della vicenda privata scorre la storia italiana : la ricostruzione, il boom economico, gli anni di piombo, l’università attraversata dalla politica, il sequestro Moro, il servizio militare, l’ingresso nel lavoro bancario, la trasformazione delle città e dei costumi. Il punto di osservazione rimane sempre quello dell’esperienza, mai quello dello storico. Quando affronta la politica e i conflitti del presente, Scaloni si espone con convinzioni nette, senza cercare una neutralità artificiale. Sono pagine da leggere come documento di una sensibilità, con le sue certezze e le sue contraddizioni.
Il centro emotivo si sposta poi sull’ incontro con Giovanna , sul matrimonio, sulla nascita di Giulia e Alessandro e sulla costruzione di una casa che non è soltanto uno spazio fisico. Scaloni racconta l’amore coniugale nella sua durata, quindi nella concretezza dei giorni, nelle complicità e negli attriti, nei progetti e nella vulnerabilità. Quando la malattia e la perdita entrano in questa trama, il libro cambia temperatura. Il dolore non è usato per edificare un monumento alla sofferenza: convive con l’ironia, con i difetti di chi resta, con le cose non dette al momento giusto e con la sproporzione fra ciò che si vorrebbe riparare e ciò che non può più esserlo.
È qui che l’autobiografia acquista il suo peso morale. L’autore rilegge esitazioni, assenze, rigidità e scelte sbagliate; ammette la colpa, ma cerca di distinguerla dal rimorso che paralizza. Il confronto fra libero arbitrio, destino e possibile disegno superiore torna più volte. È il vocabolario con cui Scaloni prova a dare una forma al caos, a leggere il bene e il male non come territori separati, bensì come possibilità presenti nella stessa persona.
La paternità costituisce l’altro grande banco di prova. Giulia e Alessandro non sono semplici destinatari dell’affetto: diventano interlocutori capaci di sottrarsi al progetto del padre, di scegliere studi, lavori, amori e identità proprie. Nelle lettere e nei messaggi indirizzati a loro si sente il bisogno di proteggere, ma anche la scoperta che amare un figlio significa rinunciare a scriverne il futuro. È uno dei passaggi più convincenti del volume, perché traduce una vicenda intima in una tensione comune: accompagnare senza trattenere, accettare che ogni generazione corregga il racconto ricevuto.
La scrittura segue questa materia con un andamento largo, fluviale e dichiaratamente digressivo . La voce di Scaloni è orale, diretta, incline all’inciso e all’apostrofe, come se l’autore parlasse a un lettore seduto di fronte a lui. Alterna citazioni filosofiche e letterarie a canzoni, film, battute, modi di dire e improvvise irruzioni del dialetto marchigiano; passa dal registro alto alla comicità quotidiana, dalla meditazione sul lutto al ritratto di un parente attraverso un tic linguistico. Questa mobilità produce qualche abbondanza, ma è anche la misura più autentica del progetto: non selezionare soltanto ciò che appare nobile, bensì salvare la grana irregolare di un’esistenza.
I momenti migliori arrivano spesso quando la voce si affida ai sensi o all’ umorismo . Le persone vengono ricordate per un’espressione del viso, una cadenza, un’ostinazione, un modo di cucinare o di stare a tavola. Anche le figure più amate conservano spigoli e stranezze; nessuno è ridotto a santino. Il riso, a volte ruvido e a volte tenero, impedisce alla nostalgia di trasformarsi in compiacimento. E la precisione degli ambienti fa sì che anche la provincia marchigiana non sia un semplice sfondo, ma un organismo che custodisce gerarchie, aspirazioni, ferite storiche e forme di solidarietà, mentre osserva l’arrivo di una modernità che promette libertà e produce nuove solitudini.
Per il lessico familiare, i soprannomi e le frasi private che finiscono per definire un’intera comunità, il pensiero corre a Natalia Ginzburg. Il rapporto fra dialetto, provincia e scomparsa di un mondo richiama invece, Luigi Meneghello; nella galleria di caratteri eccentrici e nella commedia umana dei luoghi piccoli affiora talvolta il gusto di Piero Chiara. E dietro la fiducia affidata a odori, sapori e immagini come varchi verso il passato si può riconoscere una lontana parentela con la memoria proustiana. Scaloni resta fedele a una voce più espansiva e confessionale, la cui forza nasce dall’urgenza di nominare tutto prima che l’oblio lo renda muto.
“Tema: Babbo Steno (... Il tempo non esiste). Svolgimento: Romanzo di una vita e... di altre vite” chiede tempo e disponibilità alle sue molte deviazioni, ma ripaga con una rara densità umana. Il suo punto di forza non è l’eccezionalità degli eventi, bensì la decisione di riconoscere valore narrativo alle esistenze comuni, alle genealogie domestiche, ai fallimenti che continuano a insegnare e agli affetti che sopravvivono alle loro forme visibili. Nel gesto di mettere ordine, Scaloni non pretende di risolvere il mistero della vita: lo consegna al lettore ancora aperto, come il suo sipario.
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