Cronaca / Sondrio e cintura
Mercoledì 07 Gennaio 2026
Crans-Montana, l’esperto Lischetti: «Errori strutturali e scarsa formazione»
L’esperto di sicurezza antincendio Emanuele Lischetti evidenzia errori nella sicurezza del locale e la sottovalutazione del rischio incendio. Fatale la scarsa preparazione del personale.
Sondrio
«La gestione della sicurezza antincendio viene spesso vista come un mero adempimento formale, un costo. Non ci si rende conto, invece, che rappresenta un elemento decisivo, imprescindibile, in grado di cambiare il volto e l’esito di un incidente, soprattutto in luoghi affollati e destinati all’intrattenimento».
A parlare è Emanuele Lischetti, ingegnere valtellinese esperto di sicurezza antincendio, con esperienza anche in ambito internazionale.
«Sulla base delle informazioni emerse attraverso i media è possibile fare alcune riflessioni, pur con tutte le cautele del caso, perché per valutazioni più precise sarebbe necessario disporre di ulteriori elementi – afferma –. Purtroppo non è affatto la prima volta che accadono fatti di questo genere: basta ricordare quanto avvenne nel 2003 negli Stati Uniti, in un night club del Rhode Island, dove durante un concerto l’utilizzo di fuochi pirotecnici provocò un incendio nel quale persero la vita circa cento persone».
«Dopo la tragedia di Crans-Montana è comprensibile che prevalgano indignazione e rabbia, ma è fondamentale fare riflessioni a monte – prosegue –. Non conosco nel dettaglio i regolamenti del Canton Vallese, ma avendo lavorato in Ticino e nei Grigioni posso dire che in Svizzera la gestione della sicurezza si fonda in larga parte sulla valutazione del rischio incendio. Quando questa valutazione è carente, sottovalutata o contiene errori, le conseguenze possono essere drammatiche».
«Da quanto si apprende – aggiunge l’ingegner Lischetti – il Comune di Crans-Montana non effettuava controlli in quel locale dal 2020. In questo contesto emergono diversi errori strutturali: la presenza di pannelli fonoassorbenti che hanno preso fuoco a causa dell’utilizzo di quelle “candele”, che in realtà sono veri e propri fuochi pirotecnici; l’impiego di materiali non ignifughi; una gestione inadeguata delle uscite di sicurezza; la dotazione e l’accessibilità degli estintori. «Ma al di là degli aspetti strutturali, ciò che colpisce maggiormente è la gestione complessiva della sicurezza antincendio, risultata a dir poco carente sia in fase di esercizio sia in fase di emergenza. Il personale non era preparato ad affrontare una situazione critica di questo tipo. In casi come questi, la formazione e l’addestramento fanno la differenza».
«Non riesco a non pensare che, se alcuni comportamenti fossero stati diversi, si sarebbero potute salvare delle vite – dice ancora l’esperto –. Anche il ruolo del deejay poteva essere determinante: è fuggito, ed è comprensibile, ma non ha interrotto la musica. Se lo avesse fatto e avesse fornito indicazioni chiare al microfono, forse il bilancio sarebbe stato diverso. Nei contesti di divertimento, infatti, è normale che le persone impieghino più tempo a rendersi conto del pericolo reale».
«Gli errori, dunque, sono stati molti – conclude –. Non solo quella tragica sera, ma anche prima, nella gestione quotidiana della sicurezza in esercizio. Troppo spesso la sicurezza viene percepita come un mero adempimento formale, un costo da ridurre al minimo. Non si comprende, però, che non è affatto così: è un elemento decisivo, da valorizzare, che può davvero fare la differenza tra una tragedia e un’emergenza gestita».
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