Il cardinale Oscar Cantoni a Sondrio: «Sacerdoti, dobbiamo aiutarci di più»

In occasione della solennità del beato Rusca, il cardinale Cantoni ha incontrato a Sondrio il clero: «Chi si prende cura dei preti? È un tema particolarmente urgente e riguarda tutti: delusioni, solitudini e fatiche»

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Sondrio

«Chi si prende cura dei sacerdoti?». La domanda che il cardinale Oscar Cantoni questa mattina a Sondrio ha rivolto al clero diocesano rappresenta, a suo avviso, «un tema particolarmente urgente». E riguarda «tutti i sacerdoti: non solo quelli giovani o in particolare difficoltà, ma anche quanti stanno per lasciare il ministero diretto o vivono nel tempo della vecchiaia o della malattia».

Nel giorno in cui la Chiesa diocesana di Como ha fatto memoria del beato Nicolò Rusca, arciprete del capoluogo in anni contrassegnati da divisioni e scontri religiosi, ucciso il 4 settembre del 1618 in odio alla fede, il vescovo Cantoni ha scelto di convocare preti e diaconi attorno all’altare della Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio, dove si trovano le spoglie mortali di quello che è stato definito «gemma del nostro presbiterio» nel corso della preghiera con cui si è aperta la mattinata di spiritualità.

La lettera

Dopodiché, al teatro “Don Chiari” dei Salesiani, il cardinale ha scelto di riprendere la lettera ai presbiteri che i vescovi lombardi hanno scritto poco prima dell’estate, in occasione della solennità del Sacro Cuore di Gesù.

«È necessario, innanzitutto, da parte di ciascuno, una permanente disponibilità a lasciarsi continuamente formare, accompagnare, correggere e sostenere. Occorre possedere la capacità di non considerarsi mai degli arrivati, neppure dopo molti anni di sacerdozio, e che il prete possa sentire qualcuno al suo fianco che lo sostenga nelle fatiche del ministero, nelle delusioni, di fronte ai cambiamenti delle comunità, all’invecchiamento e talvolta alla solitudine e allo scoraggiamento».

Proprio sul tema dell’accompagnamento e della condivisione si è soffermato Cantoni. «Credo che un presbitero possa poter percepire nel proprio vescovo un padre, al quale poter raccontare senza timore le proprie fatiche», ha spiegato, aggiungendo che «in questi anni ho sperimentato rapporti molto belli, paterni e fraterni con diversi sacerdoti».

Tuttavia, «alla richiesta di paternità del vescovo deve, però, poter corrispondere anche una figliolanza», in un rapporto di corresponsabilità, specialmente nei «momenti di fragilità». Soprattutto, però, a detta del cardinale, «è opportuno tornare a parlare con maggiore convinzione anche di una vera, autentica e provata fraternità presbiterale». Infatti, «se ne parla tanto, ma si fa fatica a viverla», l’amara considerazione.

«La fraternità presbiterale dovrebbe portarci a domandarci ogni tanto non soltanto “Come sto io?”, ma anche “Come sta il confratello che vive accanto a me?”», ha sottolineato il vescovo. «Ci sono sacerdoti capaci di chiedere aiuto. Altri lo fanno con grande difficoltà, altri, proprio in momenti di grande sofferenza, tendono a chiudersi, a isolarsi e a mostrarsi quasi infastiditi dell’attenzione degli altri. Sono proprio questi ultimi ad avere particolarmente bisogno».

Il ministero sacerdotale, del resto, «non è un’avventura individuale: siamo affidati gli uni agli altri, siamo responsabili gli uni degli altri».

Le testimonianze

Non mancano, purtroppo, testimonianze di preti che stanno attraversano periodi di grande crisi. Un sacerdote della Diocesi di Trento, particolarmente attivo in vari ambiti pastorali, poche settimane fa si è tolto la vita.

«Trovo significativo – ha detto in proposito Cantoni – un articolo di don Maurizio Patriciello che dice: “Ai confratelli preti e ai vescovi: aiutiamoci di più. Gettiamo alle ortiche il timore di essere fraintesi, giudicati, isolati. Sosteniamoci, fidiamoci, vogliamoci bene. Ricordiamoci che l’amore vero e concreto tra noi resta la più bella ed efficace delle omelie”».

Certo, «Sappiamo quanto è difficile parlare di noi stessi, esternare le nostre fatiche (fisiche, psichiche, spirituali, pastorali, relazionali), confrontarci sul nostro vissuto, mentre preferiamo nelle nostre riunioni discutere su soli temi pastorali, che tuttavia non ci compromettono in prima persona». Da qui l’invito ad avere «la libertà di dirci in un confronto franco e sereno le nostre attese proprio in questo campo, nel quale facciamo proprio fatica».

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