Cronaca / Sondrio e cintura
Lunedì 12 Ottobre 2026
«Montagna e agricoltura, un patto per il futuro»
Ad Albosaggia la tradizionale manifestazione Scargaàmuut ospita un dibattito sul futuro delle Terre alte: «Senza allevatori e coltivatori che cosa resterebbe?»
Lettura 2 min.Albosaggia
«Di chi è la montagna?». Domanda semplice, ma tutt’altro che scontata, per aprire una riflessione sul futuro delle terre alte e sul ruolo di chi le vive e le lavora ogni giorno. Altrettanto semplice la risposta: «Montagna e agricoltura sono un binomio inscindibile».
A lanciarla è stato Graziano Murada, sindaco di Albosaggia, moderatore del convegno “Agricoltura, innovazione e nuove sfide per le terre alte”, appuntamento che domenica ha aperto l’ultima delle tre giornate della festa della transumanza “Scagaàmuut”, promossa dai Comuni di Albosaggia e Caiolo, con la regia della Fondazione Albosaggia e la collaborazione di Asfo, l’Associazione fondiaria foreste orobiche di Media Valtellina. Nel salotto a cielo aperto, davanti a un folto pubblico seduto sui covoni di paglia, il confronto ha coinvolto Tito Gusmeroli, imprenditore agricolo, Sandro Bambini, presidente di Coldiretti Sondrio, Matteo Fiocco, conosciuto sui social come Matt the Farmer, e Fiorenzo Piccioli Cappelli, docente della facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali dell’università Cattolica di Milano. «Non può esistere la montagna senza agricoltura e l’agricoltura senza la montagna», ha esordito Gusmeroli.
«Carico la Val di Togno, ma se non ci fossi io cosa diventerebbe? Un luogo completamente abbandonato. Ci vogliono sacrificio, passione e amore per la natura». Senza il lavoro agricolo, il rischio è quello di perdere non soltanto attività produttive, ma anche il paesaggio che rende attrattive le terre alte. Concetto condiviso da Bambini, che ha allargato lo sguardo alla responsabilità collettiva: «La montagna deve essere di chi la sa gestire e la saprà gestire. L’innovazione dovrà incidere anche sulla gestione: la passione non è più sufficiente». E ha aggiunto: «Dobbiamo prendere consapevolezza del fatto che non siamo solo produttori, ma custodi del territorio. Anche la comunità deve fare la sua parte». Sulla stessa linea Piccioli Cappelli, per il quale la presenza degli allevatori è determinante anche per il turismo: «La montagna è di chi ci va a lavorare e la mantiene. Se fosse una selva di boscaglie non ci sarebbero neanche i turisti». Il docente ha richiamato anche il valore dei prodotti d’alpeggio, sottolineando le qualità nutrizionali di latte e formaggi ottenuti grazie all’alimentazione degli animali al pascolo. A riportare l’attenzione sulla necessità di un sostegno concreto è stato Matt the Farmer: «La montagna è di chi la custodisce. Senza togliere il diritto alla proprietà privata, chi possiede un terreno ha l’obbligo di tenerlo; se non lo fa, che lo affitti a un’azienda agricola». Da qui l’appello: «Dobbiamo dare un sostegno all’agricoltura: la collettività deve entrare in azione». «Come immaginare il futuro delle terre ripide e degli alpeggi?» la seconda domanda di Murada. Per Bambini, la chiave è riconoscere economicamente il servizio svolto dagli agricoltori. Per Piccioli Cappelli, invece, nuove prospettive potranno arrivare dalla valorizzazione nutrizionale dei prodotti di montagna e dalla tecnologia, capace di alleggerire la fatica e rendere il lavoro più attrattivo per le nuove generazioni. Uno sguardo al futuro, non senza preoccupazioni, quello di Matt the Farmer, che ha richiamato gli effetti del cambiamento climatico e la necessità di investire in infrastrutture e gestione dell’acqua. «I prossimi anni saranno difficilissimi, nessuno lo dice. La montagna può essere uno strumento di enorme transizione e cambiamento per tutta la collettività». La sfida, dunque, non riguarda soltanto chi coltiva e alleva, ma l’intera comunità: «Sono sicuro che ce la facciamo. Smettiamo di essere egoisti: l’agricoltura non si fa da soli», ha concluso Matt the Farmer.
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