Cronaca / Sondrio e cintura
Martedì 03 Novembre 2026
Processo rifiuti Livigno: difese chiedono assoluzione
Avvocati contestano accuse di falso e traffico illecito. Sentenza attesa entro fine novembre.
Lettura 1 min.È iniziata la fase delle arringhe difensive nel processo sull’inchiesta rifiuti di Livigno, che vede 17 imputati davanti al collegio giudicante del tribunale di Sondrio, presieduto da Carlo Camnasio. Dopo la requisitoria del pubblico ministero milanese Francesco De Tommasi, che ha chiesto cinque anni di reclusione per sei amministratori e tre anni e sei mesi per otto esercenti e commercianti, martedì mattina hanno preso la parola i primi avvocati, chiedendo l’assoluzione dei propri assistiti.
Secondo l’accusa, il sistema si basava su verbali che attestavano la distruzione di prodotti invenduti o scaduti, come profumi, cosmetici e toner, che in realtà non sarebbero stati smaltiti secondo le procedure dichiarate. I commercianti avrebbero così potuto ottenere il rimborso delle merci, ridurre il reddito imponibile ed evitare i costi delle società specializzate nello smaltimento.
Tra le prime posizioni affrontate quella di Sandro e Stefano Rocca, difesi dagli avvocati Paolo Marchi e Paola Bormolini. Per entrambi il pm aveva già chiesto l’assoluzione: i due erano infatti accusati esclusivamente di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, accuse che lo stesso magistrato non ha ritenuto di poter portare avanti. I legali si sono associati alla richiesta, sottolineando l’assenza di prove sulla presunta dazione di utilità e sull’esistenza di un accordo corruttivo. «Non è stata provata la dazione, ma nemmeno il patto corruttivo», hanno evidenziato.
Stessa richiesta di assoluzione, già formulata dall’accusa, per Matteo Guggiola, tecnico comunale e responsabile del Servizio informatico del Piccolo Tibet. L’avvocato Marina Cotelli ha chiesto l’assoluzione con formula piena, sostenendo che il suo assistito avesse una posizione marginale e nessuna competenza sulla gestione dei rifiuti o sull’area ecologica di Val Viera. «Non aveva né il dovere né il potere di effettuare controlli o intervenire», ha sottolineato. La difesa ha inoltre precisato che gli otto monitor ricevuti in donazione nel 2020 da una ditta di autotrasporti erano funzionanti e ancora utilizzati, non si trattava quindi di rifiuti smaltiti impropriamente per evitare i relativi costi.
Più articolata la discussione dell’avvocato Nicola Marchi, difensore di Mirco Rocca, per il quale il pm ha chiesto la condanna per traffico illecito di rifiuti e falso ideologico. Il legale ha descritto il proprio assistito come un semplice dipendente addetto alla vendita, senza cariche societarie né poteri decisionali. «Non era amministratore, non era socio e non decideva quali prodotti dovessero essere smaltiti e in che modo». Le decisioni sul ritiro e sulla distruzione dei prodotti, tra cui quelli dei marchi Chanel e Dior, sarebbero arrivate direttamente dalle case produttrici, che ne sostenevano anche i costi.
Secondo la difesa, i dipendenti si limitavano a firmare verbali già predisposti dalla Polizia locale, facendo affidamento sulla regolarità delle procedure. «Anche ammettendo che esistesse un’attività illecita, come potevano accorgersene?», ha osservato l’avvocato, chiedendo l’assoluzione di Rocca da tutte le imputazioni.
Le arringhe proseguiranno nelle prossime udienze, con la sentenza attesa entro la fine di novembre.
© RIPRODUZIONE RISERVATA