Territorio più fragile: aumenta il rischio frane e allagamenti

Più 15% dal 2021, il dato alla Giornata della prevenzione e mitigazione dei pericoli idrogeologici Mandelli: «Le aree che potrebbero essere toccate salgono al 20-23%. Non bastano i fondi, politiche da rivedere»

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Sondrio

Più frane, più allagamenti, più eventi estremi. E un territorio che, anno dopo anno, diventa sempre più fragile.

È questo lo scenario dalla terza Giornata nazionale della prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico cui ha partecipato Felice Mandelli, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Sondrio e componente del Gruppo di lavoro “Dissesto idrogeologico” del Consiglio nazionale degli Ingegneri.

«L’incontro ha evidenziato come negli ultimi anni si sia considerevolmente ampliato il perimetro del territorio a rischio frana, specie quello delle aree a maggiore pericolo - osserva il presidente Mandelli, riferendosi ai dati del documento predisposto dal Cni -. L’incremento rispetto al 2021 è del 15%, secondo le ultime analisi dell’Ispra, significa cioè che le aree a rischio frana passano dal 20% al 23% della superficie totale nazionale».

Un tema che riguarda da vicino la provincia di Sondrio, dove negli ultimi mesi non sono mancati episodi legati al maltempo e all’instabilità del territorio. «Il moltiplicarsi dei fenomeni di dissesto è legato all’incremento di eventi climatici estremi e all’alternarsi, sempre più frequentemente, di piogge torrenziali concentrate in un breve arco temporale ad ondate di calore estremo, che favoriscono sia fenomeni franosi gravi che allagamenti con effetti talvolta distruttivi» sottolinea Mandelli.

Negli ultimi anni, tuttavia, le risorse economiche destinate al contrasto del dissesto sono aumentate in modo significativo. Nell’ultimo lustro sono stati stanziati mediamente 1,8 miliardi di euro all’anno, contro i 777 milioni annui del periodo 2010-2019. Tra il 2020 e il 2025 i finanziamenti disponibili hanno superato gli 11 miliardi di euro, pari al 52% degli stanziamenti contabilizzati negli ultimi 26 anni.

Ma per Mandelli il nodo centrale non è più soltanto quello delle risorse. «Se le disponibilità economiche aumentano e le condizioni di rischio peggiorano, è evidente che le politiche finora adottate vadano riviste – dice -. Tra i fattori su cui focalizzare l’attenzione c’è la necessità di migliorare e snellire il sistema di governo delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico».

Nel mirino finisce una governance ritenuta troppo frammentata. L’attuale Piano nazionale per il contrasto al dissesto idrogeologico, varato nel 2019, è infatti gestito da sei differenti amministrazioni tra ministeri e dipartimenti della presidenza del Consiglio. «Serve una cabina di regia cui affidare l’elaborazione di un programma di lungo respiro e poi la sua realizzazione» rimarca il presidente degli Ingegneri.

«La questione non è tanto come affrontare il problema del dissesto, ma come organizzare la sua gestione - ribadisce Mandelli -. Serve un cambio di passo deciso, una nuova capacità organizzativa e l’elaborazione di un piano di interventi che coinvolga anche e soprattutto figure tecniche che abbiano contezza di come si possano realizzare opere di prevenzione e di mitigazione. Il Paese deve uscire da una condizione di emergenza permanente per entrare, finalmente, in una logica programmatoria finalizzata alla prevenzione. Ma per fare tutto ciò serve una visione sistemica, cioè una visione di insieme del rischio di dissesto e delle strategie per affrontarlo».

Accanto al tema organizzativo, Mandelli richiama anche la necessità di rafforzare le competenze tecniche a disposizione degli enti pubblici. «Appare ormai urgente ridefinire e, forse, semplificare l’intera architettura e la filiera delle competenze amministrative - conclude -. Infine, occorre avviare un dibattito su come risolvere il problema della cronica carenza di personale tecnico adeguatamente specializzato nelle materie afferenti all’idrogeologia».

Da questo punto di vista, sottolinea ancora Mandelli, «i liberi professionisti rappresentano un serbatoio di competenze a cui gli enti locali dovrebbero maggiormente attingere», come dimostrato anche dall’esperienza della legge speciale 102 per la Valtellina.

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