Scialpinismo, sprint criticata: «Sequenze rapide ma autentiche»

L’analisi del percorso sulla pista Stelvio «Una sorta di “Giochi senza frontiere”? No, è riduttivo»

Albosaggia

A Giochi conclusi, in casa Polisportiva Albosaggia il bilancio è netto: lo scialpinismo alle Olimpiadi «è stato un successo». Un successo organizzativo e sportivo, certo, ma soprattutto d’immagine. Per la prima volta la disciplina si è presentata a un pubblico vastissimo e in larga parte nuovo, uscendo dall’evento «più visibile, più comprensibile e, soprattutto, più riconoscibile», come sottolinea il sodalizio presieduto da Alessandro Piani.

Non sono però mancate le critiche, con ogni probabilità tra i neofiti. Dopo la gara sprint del 19 febbraio sulla pista Pista Stelvio a Bormio, sui social qualcuno ha paragonato lo spettacolo a una sorta di “Giochi senza frontiere”. Un giudizio che, letto superficialmente, può sembrare riduttivo: «In realtà racconta molto di più: è lo sguardo di chi, per la prima volta, si è trovato davanti a uno sport a tanti ancora sconosciuto», dicono dal sodalizio.

Vedere atleti correre in salita con gli sci ai piedi, fermarsi, togliere le pelli, caricare gli sci nello zaino, affrontare una scalinata e poi ripartire può apparire strano, quasi incomprensibile. Ed è proprio qui che nasce l’esigenza, per la Polisportiva, di spiegare e dare contesto: «La sprint non è un artificio televisivo, ma la sintesi estrema della gara “classica”: in pochi minuti concentra ciò che normalmente accade in un’uscita che può durare ore. È una rappresentazione compressa, intensa, fedele nella sostanza, anche se accelerata nei tempi».

Il primo tratto di salita richiama l’avvicinamento alla vetta, spesso nel bosco, «una fase relativamente regolare, in cui si prende ritmo». Poi arrivano i passaggi più impegnativi, segnalati dai cambi di direzione che impongono inversioni su pendenze marcate, sulla Stelvio «segnalati dai rombi, che indicano le inversioni di marcia necessarie per affrontare pendii ripidi». In montagna non si sale mai in linea retta: si zigzaga, si interpreta il terreno, si cerca il tracciato migliore. La sprint traduce tutto questo in sequenze rapide ma autentiche.

«La scala - elemento che ha suscitato più perplessità - è forse il simbolo più frainteso. Rappresenta il punto in cui non si può più procedere con gli sci ai piedi: il tratto sotto la vetta o in prossimità di un passaggio delicato, dove si caricano gli sci nello zaino e si prosegue a piedi, aiutandosi con i bastoncini». È fatica pura, tecnica, montagna vera.

Tra l’altro, si rimarca, «in ambiente, la scala viene spesso intagliata nel ghiaccio; per l’appuntamento olimpico si è scelto invece un manufatto componibile in legno lamellare, soluzione più sicura e scenografica». Raggiunta la cresta, si rimettono gli sci, si tolgono le pelli e inizia la discesa, che chiude il cerchio: «Nella sprint tutto si consuma in pochi minuti; nelle prove più lunghe può servire un’ora o più. Ma la logica, i gesti, l’essenza restano identici».

Ma sono i numeri a certificare la portata dell’evento. La sprint del 19 febbraio ha registrato il 13% di share e quella del 21 febbraio ha toccato il 15,2%, pari a quasi 2 milioni e 200 mila spettatori su Rai 2, senza contare chi ha seguito su Eurosport e in streaming. Dati impensabili per una disciplina che, salvo rare eccezioni come la mitica Pierra Menta, richiama solitamente poche centinaia di spettatori lungo chilometri di percorso.

Qui si parla di oltre cinquemila persone a bordo pista e di milioni davanti agli schermi. «Ora sta a noi trasformare la curiosità in comprensione - concludono dalla Polisportiva - Raccontare lo scialpinismo per ciò che è davvero: uno sport completo, tecnico, faticoso e affascinante. E finalmente sotto i riflettori che merita. In questo percorso», assicura il sodalizio, «continueremo a essere in prima linea».

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