Cronaca / Tirano e Alta valle
Domenica 15 Febbraio 2026
«La Stelvio? Più di una pista, è un brand»
L’architetto e designer lecchese Giulio Ceppi lancia un progetto per unire sport e territorio nella scia delle Olimpiadi
Bormio
«La Stelvio non è solo una pista: è una metafora, un generatore di innovazione». Così Giulio Ceppi, architetto e designer lecchese, racconta a Focus Talk Show su Unica TV la nascita di un’idea che unisce sport, territorio e progetto. Nel pieno delle gare olimpiche maschili di sci alpino a Bormio, mentre la leggendaria Stelvio celebra quarant’anni dalla prima Coppa del Mondo del 1985, Ceppi rilancia con un marchio che porta lo stesso nome della “regina” delle piste. Un omaggio dichiarato a un tracciato che per gli appassionati vale quanto Monza per i motori: «Nell’arco alpino ci sono piste che sono come il Nürburgring o Monza per le auto. La Stelvio è una di quelle», spiega. Frequentatore di Bormio fin dai tempi della vittoria di Pirmin Zurbriggen, Ceppi ha trasformato quella passione in progetto. «Mi ricordo benissimo quella gara», racconta. «E da allora ho sempre vissuto la Stelvio come qualcosa di speciale». L’idea del marchio matura con l’avvicinarsi delle Olimpiadi: «Col sentore olimpico ho capito che era il momento giusto. Non per fare merchandising, ma per costruire un racconto». Il primo punto è chiarissimo: «Non stiamo parlando di fare magliette con scritto Stelvio». Il brand è registrato, ma l’obiettivo è un altro. «La discesa libera, nella mia visione, è un territorio interpretato con un gesto tecnico. È natura e tecnologia insieme. È quella montagna, quella neve, quella gobba, ma anche materiali, preparazione, ricerca. Questa è la metafora che vogliamo cavalcare». Il primo oggetto simbolo è un balaclava, una sorta di passamontagna termico prodotto in cento esemplari. La lana è quella della pecora Ciuta, razza autoctona valtellinese. Il tessuto nasce a Sondrio, in un’azienda del gruppo Marzotto che ha scelto di investire su sostenibilità ed eccellenza locale. All’interno, una fascia in grafene. «È un super materiale prodotto qui sul territorio. Trasporta il calore dalla fronte, che è più calda, alle orecchie, che tendono a raffreddarsi. È il modo concreto per unire tradizione e innovazione». Un oggetto iconico, non un prodotto di massa. «Non vogliamo vendere centomila cappelli. Vogliamo lavorare con le istituzioni e con le imprese per portare innovazione in Valtellina». Perché, osserva Ceppi, «oltre alla bresaola, al Bitto e agli sciatt – che amiamo tutti – serve anche qualcosa che parli al futuro, che chi visita la valle possa portarsi a casa come esperienza di design». Anche gli occhialini distribuiti lungo le piste raccontano questa filosofia. Ispirati ai modelli delle popolazioni artiche per ridurre l’abbagliamento, sono realizzati in cartoncino riciclato. «Non si può innovare senza essere sostenibili oggi», sottolinea. La Stelvio diventa così un laboratorio diffuso. «Partiamo da una pista precisa, ma vogliamo muoverci trasversalmente». Tra le idee in cantiere c’è un whisky prodotto a Livigno, affinato con legno di barrique dello Sfursat, da abbinare in degustazione verticale al Bitto di Morbegno. Si studiano anche nuovi accappatoi per le terme alpine. «Quando esci dall’acqua calda e vai al freddo, l’accappatoio si bagna e si gela. Possiamo ripensarlo con tessuti intelligenti, più performanti, antibatterici, sostenibili». Nel finale dell’intervista lo sguardo si sposta su Lecco e sullo stadio Rigamonti-Ceppi. Qui l’architetto ha presentato un ampliamento che trasformi l’impianto in un’infrastruttura urbana aperta. Al momento il progetto è rimasto solo sulla carta. «Lo stadio può diventare un luogo per eventi, cultura, allenamento, simulazioni digitali per la riabilitazione- conclude-. Non è un sogno personale, ma una necessità per la città. Come la Stelvio, anche lo stadio può essere uno strumento per aggregare persone e costruire futuro».
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