Dal Lario al Polesine
il ritorno degli eroi

Pescarenico, 1951

Per prender le alborelle non c’è da far fatica. Entrano loro nelle nasse, basta che aspetti, ma se noi andiamo a tirarle su prima del tempo, allora sono botte e vedi papà che faccia fa, coi baffi che si stortano!

Ho visto i vestiti delle fate, stesi al sole, accesi come corolle, andiamo di nascosto a toccare gli orli in punta di piedi. Quando abbiamo detto alla nonna che da grandi anche noi vogliamo far le fate, ha preso il battipanni: “Non dite ostiate”

Che, poi, non si sa perché si arrabbi, visto che anche il nonno ci va, la sera tardi. L’ho seguito che era buio, nella casa delle fate ci è entrato da solo, e c’era la musica dentro, le luci, e si rideva tanto, uomini dentro e fuori, a divertirsi.

Così, noi non possiamo toccare i vestiti stesi, né le nasse affondate, a giocare a campana ci stufiamo e dal bar ci cacciano perché facciamo baccano e non possono sentire la tivù. A me, la televisione fa paura. Mi pare una gabbia e ho paura di finirci dentro.

Qualche salto alla corda, una gita al mercato del bestiame con la Carlina, e poi andiamo a vedere i maschi che si tuffano al Bione e lei porta gli zolfanelli per metterci un po’ di nero sugli occhi.

Se arriva l’acqua gialla, siamo le prime a vederla e corriamo giù, a Pescarenico, ad avvisare le donne, che ritirano i panni per non farli sporcare.

C’era l’acqua gialla anche quel giorno lì, quando è partito il mio papà. La notte, il sindaco Bartesaghi a bussare e tutto un parlottare, io e la Carlina ascoltavamo in ginocchio sul materasso.

Le barche, la mattina, tutte insieme sugli autocarri, una catasta di colori e legna e remi, e gli uomini in piedi, coi capelli bagnati da questa pioggerellina che punge, coi cappotti e i tabarri e le cerate. La nonna piangeva, la mamma no. Nonno è corso dietro al furgone che si allontanava e poi si è messo a urlare perché l’hanno lasciato lì.

Il Polesine, io e la Carlina l’abbiamo visto sul Corriere. Una distesa d’acqua e i titoli parlavano di morti e ci siam prese paura. La mamma, dice che i nostri pescatori sono là per aiutare, papà non corre rischi, ma poi fa il segno della croce e bacia l’indice, alza gli occhi al cielo e pulisce una lacrima.

“L’acqua gialla, l’acqua gialla” abbiamo gridato il pomeriggio, mentre una lama senape tagliava il lago. Le donne, però, erano rimaste lì, a parlottare sottovoce, coi visi da capre stanche.

A scuola ci hanno fatto fare un disegno: “il mio papà che aiuta”. Per me, un po’ come un pirata, con la benda sull’occhio, su un vascello.

Come tirava il vento, quando mi ha portato in centro lago, quest’estate, con un fazzoletto in testa e una cesta grande così, come tirava il vento e il suo sorriso mi abbagliava.

Nonno sparava un cristone se l’acqua ci faceva sbandare, lui mi stringeva: “attenta”, e poi mi chiedeva una mano a gettare le reti. Prenderò la licenza di pesca anch’io, pensavo, e me ne andrò per il lago a pescare e ogni giorno sarà come questo. Ora, però, non lo so più se voglio far la pescatora, perché ho visto i vestiti delle fate e hanno qualcosa di segreto, che non c’è nei grembiuli della mamma e delle altre donne, qui. Hanno qualcosa che vorrei avere.

Ieri sera ho seguito il nonno di nascosto. È uscito dal portino, ha attraversato l’orto. Gli son sgusciata dietro senza scarpe, i piedi impiastrati di fango, ho camminato sulle punte perché era troppo freddo. È arrivato alla casa, ma non è entrato. Ha spiato dentro, le sagome sulle candele accese. Tutto un andare e un venire di ombre, sulla musica lontana. Ha guardato il cielo, su in alto, che era nuvolo. Ha aspettato, indeciso. Poi si è segnato ed è tornato indietro.

Questa mattina, in casa Bigoni, è arrivato il “Nuun”.

Lo abbiamo visto noi bambine, per prime, e ci siamo nascoste nel portone. Ha avanzato piano, nel suo tabarro nero. Aveva il bastone, lo abbiamo aspettato, ed eccolo camminare ancora avanti, curvo eppure così grande.

“Correte, correte!” ha urlato una delle donne e in un attimo sono state tutte giù, alle nostre spalle. Lui ci ha guardato, scuro contro il mattino, e ha alzato il suo scettro nero. Abbiamo trattenuto il fiato, osservando il legno contorcersi, fremere.

Lo ha sbattuto, poi, facendoci gridare. Le anguille si sono staccate, scivolando giù, nel portico. Tra le nostre urla e quelle delle donne, sono sgusciate avanti e allora un rincorrersi di mamma e delle zie, qualche vicina in ginocchio, per agguantarle.

“Se è arrivato lui, tornano anche gli uomini” ha detto nonna, e adesso eccoci qui ad attenderli in Comune, davanti al sindaco, una addosso all’altra.

Mi spingo avanti, tra una gonna e un ginocchio, a carponi. Lo aspetto come nel mio disegno, il mio papà, col ceffo di un pirata. So che mi cercherà con gli occhi, sento già la stretta delle sue braccione.

Sfilano uno dopo l’altro, incespicano curvi, come dopo una malattia, gli eroi del Polesine.

Quando fanno il suo nome, quello che avanza non lo riconosco. A trascinare i piedi è un ometto scarnificato, sporco. Negli applausi sobbalza, spaurito, e anche gli altri teschi come lui fanno lo stesso. Attendo che mi cerchi, ora mi guarda, trattengo il respiro.

Lo dico sottovoce: “papà”. Lui muove la bocca, in silenzio, ma ormai non mi sta più guardando.

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