Complici le elezioni comunali di fine maggio, la Chiesa a Lecco torna al centro del villaggio. E lo fa in sella ai tre maggiori candidati a sindaco (gli altri due sono minori solo per peso politico, non certo per dignità) che hanno in comune lo stesso marchio di fabbrica: quell’oratorio dove giocavano a pallone quand’ancora portavano i calzoni corti e che sono diventati i luoghi della loro formazione cattolica. Un’autentica fucina di valori e di spirito comunitario. Mauro Gattinoni in quel d’Acquate dove continua a imperversare con lo Scigamatt, Filippo Boscagli a Pescarenico, rione eletto di Comunione e Liberazione, Mauro Fumagalli principe degli oratoriani che ha trascorso, all’ombra della Basilica per lustri e lustri, una carriera che da cresimando lo ha condotto a ricoprire ruoli rilevanti nell’educazione dei giovani.
Un tratto sorprendente fiorito in un contesto sociale nel quale i credenti sono circa il 20 per cento della popolazione e i praticanti la metà circa. Una spia non trascurabile in un mondo sempre più secolarizzato e laico, nella sua più ampia e abusata accezione, comprensiva anche di chi non sapendo come uscire dal caos post ideologico e dal dogmatismo crede di potersela cavare riempendo il vuoto della sua mente e della sua ignoranza dandosi un tono e affidandosi a liturgie e riti profani.
Va da sé che il fenomeno è assolutamente congiunturale, se non casuale e che siamo mille miglia distanti dalle stagioni nelle quali la Democrazia Cristiana era mandataria con rappresentanza del mondo cattolico: e non ce n’era per nessuno. Insomma, refoli di vento lacustre e non tempesta, di quelle che sradicano piante e certezze. Certamente la candidatura di Filippo Boscagli è destinata a scuotere l’albero di CL e magari di unificarne i frutti dopo anni di raccolto sparso qua e là. Il Movimento, un tempo Popolare, sa rispondere al richiamo della foresta, del potere e del poter fare. Sin qui siamo stati costretti a cavarcela con la memoria e le analisi spicciole, ma quando batteranno un colpo? C’è invece chi suona la batteria in ogni dove e in ogni modo, alternando manifesti dallo stile kennediano e dall’intento egemonico alle frequentazioni delle parate dei mondi fluidi e delle feste di religioni distanti dalle nostre convinzioni e dalle nostre latitudini migliaia di chilometri e non solo in senso geografico.
C’è poi chi ha riscoperto il camper di renziana memoria e incarna lo spirito antico del faccia a faccia, lontano dai social, inseguendo quella stretta di mano che, secondo il codice dei galantuomini, dovrebbe valere un voto.
Nell’ora della morte di Umberto Bossi, che abbiamo conosciuto nell’alternarsi delle virate della vita politica, come scordarci di due supporter di spicco dei candidati Colombo e Losi, il Lorenzo Bodega e Roberto Castelli che pur in eterno dissidio sono stati i figliocci lecchesi del senatur?
A due mesi dal voto siamo ancora nella fase di rollaggio e non siamo sicuri che decolleranno charter di elettori pronti a planare in cabina. E’ vero che i pronostici si fanno per essere smentiti ma non cadiamo nel trabocchetto perché sono troppe le variabili in campo e siamo convinti che i lecchesi da tempo abbiano già maturato una scelta che non potrà essere stravolta da qualche opera finita o da qualche metro d’asfalto, così come non abboccheranno alle promesse pirotecniche dell’ultimo istante.
Tra qualche ora, tuttavia, avremo il verdetto sul referendum della giustizia e sarà interessante scrutare i numeri e pesare l’influenza che potrebbero avere negli appuntamenti prossimi venturi. Non varrà la legge dei vasi comunicanti ma di sicuro disveleranno il corso dell’acqua.
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