La giornata di ieri (con l’evento pubblico della coalizione Gattinoni in un parchetto rionale, ormai un leitmotiv della campagna rossoazzurra) inaugura il tempo dei programmi elettorali. Quelli ufficiali, s’intende. Perché di spoiler ufficiosi sul tema ne sono arrivati a piene mani da tutti i candidati, e da parecchi giorni. E qui sorge la domanda. Una domanda sofferta, in realtà, che riecheggia fatalmente lungo tutto il terreno di gioco delle elezioni 2026 a Lecco. Ma è davvero tutto qui? Davvero è solamente lo stop alla moschea per fermare i maranza? O i trenta (trenta, non trecento) posti all’asilo nido di una città in cui le madri iscrivono i loro figli mentre sono ancora al quinto mese di gravidanza? Davvero sono gli strali contro i parcheggi che spariscono o le invettive per far ripartire la Lecco-Bergamo? Oppure il traffico (il maledetto traffico di benignana memoria), o magari le aiuole e le scalinatelle e i sentieri urbani e le bike line, propagandati quasi fossero la strada in mattoni gialli del Mago di Oz?
No, non può essere tutto qui. Dovrà esserci un momento, in questa campagna elettorale, nel quale le forze politiche e i loro rappresentanti cesseranno i siparietti e, più prosaicamente, diranno dove intendono veder arrivare questa città tra dieci o vent’anni.
L’auspicio è emerso anche ieri sera in onda su Unica Tv durante la puntata de “Le Opere e i giorni”, in dialogo con la visione acuta di Marco Calvetti e la capacità di analisi del collega Stefano Spreafico. In attesa, ovviamente, che nel giro di una settimana si tirino le somme su liste e candidature e il palcoscenico in tv passi, come doveroso, a chi intende guadagnarsi la fiducia dei lecchesi.
La vena nostalgica che ha animato a tratti la puntata di ieri sera, ha tuttavia anche riportato in auge alcune pagine di storia politica locale. Come nel 1974, quando si costruiva il piano regolatore che avrebbe deciso, nel bene e nel male, le sorti della città nei successivi vent’anni. E si attraversava la città, una due cinque volte, per spiegarlo e raffinarlo. Oppure, nel 1992, quando sulla visione del futuro del comparto Badoni si consumò una frattura tra l’obiettivo residenziale Dc e l’anelito al terziario d’ispirazione socialista, tale da mandare a gambe all’aria un’amministrazione e far commissariare il Comune. Oppure, sull’ospedale Manzoni, quando i socialisti guidati da Polverari lo ipotizzavano e volevano fuori Lecco: una vera rivoluzione copernicana degli assetti dell’hinterland del capoluogo.
Per carità, c’erano mille contraddizioni, e gli ideali si distillavano in parte anche al calore delle ambizioni. Ma c’era l’ansia di imprimere una visione all’azione amministrativa. C’era la forza di essere cassa di risonanza di pezzi di società, la pazienza di afferrare come lucciole le migliori idee che girassero tra i prati lecchesi.
Le campagne elettorali, a quel punto, altro non erano che rese dei conti di quelle stesse battaglie, che certo non prendevano avvio a un mese dal voto. Ma quali campagne e quali confronti possono emergere dall’assenza di spazi “pre-politici” dei partiti o dallo svuotamento progressivo di funzioni che l’elezione diretta dei sindaci ha impresso sui consigli comunali? Quali campagne e quali confronti deriverebbero da cinque anni di minoranze (esterne, ma anche interne, a destra e sinistra) silenziate e scarsamente rappresentative di pezzi di società?
Sono domande che, ovviamente, non si limitano alla singola coalizione, né a questa campagna elettorale nello specifico, né tantomeno alla sola città di Lecco. Ma che fatica, a volte, dover inanellare manifesti e battibecchi come quelli ai quali si sta talvolta assistendo.
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