Il premio agli avvocati: una norma offensiva

Non tutti sono a conoscenza dell’emendamento al DL Sicurezza che prevede un compenso di Euro 615 a favore degli avvocati che convincano i propri assistiti al “rimpatrio volontario”.

Si tratta di qualcosa di grave e di cervellotico e che ha destato lo sdegno di molti iscritti alla categoria forense.

Anche ammesso che la formulazione sia meno dozzinale di come circola sulla stampa, il messaggio che passa è difficile da fraintendere: si introduce un meccanismo premiale che rischia di interferire con il cuore stesso della funzione difensiva.

Occorre rammentare che l’avvocato non è un mediatore neutrale tra Stato e individuo, né un esecutore di politiche migratorie. È, per definizione, il garante degli interessi del proprio assistito.

Inserire un incentivo economico legato all’esito, peraltro in un ambito così sensibile come quello dell’immigrazione, significa spostare l’asse dal diritto di difesa a una logica di risultato che può generare, quantomeno, un sospetto di conflitto di interessi.

E nel diritto, il sospetto è già un problema. Il punto non è solo giuridico, ma simbolico.

Una norma del genere attesterebbe che la difesa può essere “orientata” da un premio, che esiste un esito preferibile per lo Stato e che il difensore può contribuire a raggiungerlo.

Si tratta di una visione aberrante che scivola pericolosamente verso una concezione “funzionale” dell’avvocatura, dove il professionista diventa un ingranaggio della politica pubblica. Esiste, poi, un elemento politico che non può essere eluso.

Se si tratta dell’iniziativa estemporanea di un singolo parlamentare, resta comunque da capire perché non sia stata immediatamente derubricata come grottesca e, sicuramente, inopportuna.

Se invece il provvedimento gode, anche solo implicitamente, di un via libera governativo, allora il problema si amplia perché significherebbe che una parte dell’esecutivo ritiene plausibile e ragionevole introdurre incentivi economici in un ambito che richiede indipendenza assoluta.

Ancora più sorprendente sarebbe scoprire che organismi rappresentativi delle professioni coinvolte non siano stati consultati (ci riferiamo alla “cabina di regia” introdotta lo scorso anno).

Non tanto per una questione formale, quanto per il segnale: si interviene su equilibri delicati senza ascoltare chi quei principi li pratica ogni giorno.

È un modo di legiferare che alimenta frizioni e sfiducia, oltre a produrre norme fragili. Infine, c’è un rischio pragmatico.

Norme percepite come offensive della dignità della professione, al di là della loro effettiva portata, tendono a delegittimare l’intero impianto in cui si inseriscono.

Invece di rafforzare una politica, la espongono a critiche trasversali, offrendo un bersaglio facile e, spesso, giustificato.

Se l’obiettivo è rendere più efficaci i rimpatri volontari, esistono strumenti più lineari e meno ambigui: informazione chiara, garanzie procedurali, incentivi diretti ai destinatari, cooperazione internazionale.

Coinvolgere l’avvocato in un sistema di premi legati all’esito, invece, rischia di ottenere l’effetto opposto: indebolire la fiducia nel sistema e compromettere la libertà e l’indipendenza della difesa.

Giù le mani, pertanto, dall’avvocatura.

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