Il viaggio repubblicano dei voti referendari

A un mese dal referendum sulla giustizia ci assumiamo il compito di un’escursione scolastica, elementare, conoscitiva nelle pieghe e nella storia di un istituto dall’elevato tasso di democrazia, eppure incapace di suscitare passione, interesse, partecipazione. Salvo rari casi, ormai lontani.

Il primo rilievo non può non riguardare il carattere di questa consultazione che non dovendo obbedire alla regola del quorum si dovrebbe consumare nel segno del merito e nella prospettiva di modificare uno spicchio non irrilevante del sistema giudiziario: un sì o un no, essenziali e laconici nella loro espressione ma carichi di peso specifico e di responsabilità. Un copia e incolla della formula matrimoniale.

Peschiamo nella memoria, senza bisogno di magheggi tecnologici. Repubblica o monarchia, chiesero con un quesito al popolo italiano, che oggi potremmo definire epocale. Il settimanale “Oggi” che dedicava due terzi delle sue pagine alle vicende regali dell’intera Europa perse nel giro di due anni la metà delle copie in edicola, a dimostrazione che il verdetto rimase in bilico fino all’ultimo.

Il primo referendum abrogativo – dove il sì e il no indicavano un senso di marcia contrapposto – toccò il tema caldissimo del divorzio, che rimase in vigore grazie al 59,3% dei no. Anche nella cattolicissima provincia lecchese, andò ai seggi quasi il 90% degli elettori. Comprese, ovviamente, le pie donne. Va da sé che l’argomento scomodò religione, sociologia, civiltà, modernità, anticaglie e soprattutto la coscienza di ciascuno. I partiti scesero in campo, ma si accorsero per la prima volta che non avevano il potere di entrare nella cabina elettorale. Amintore Fanfani, inventore del centrosinistra, segretario della Democrazia Cristiana dall’animo reazionario, ammonì: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva”.

Nel 1981 toccò all’aborto: ottenne il 68% dei no che lo mantennero in vita, ma lasciarono inquietudini e cicatrici profonde nella società, non ancora rimarginate.

Negli anni Ottanta e Novanta i referendum si moltiplicarono: scala mobile, finanziamento pubblico ai partiti, sistema elettorale.

Va da sé che ognuno di questi temi meriterebbe un’analisi approfondita e declinata sulle conseguenze politiche. Nel 1987, dopo il disastro di Chernobyl, gli italiani votarono contro il nucleare: la paura la fece da padrona e, come si sa, non si è ancora dissipata, come testimoniato anche dal referendum del 2011. Che fosse un tasto sensibile lo documenta il superamento del quorum dopo che un filotto di consultazioni fallì per scarsa affluenza.

I referendum sulla giustizia s’innestano in questo filone: nel 1987 si votò sulla responsabilità civile dei magistrati e nel 2000 una versione radicale (anche in senso pannelliano) del nodo sul quale il 23 e il 24 marzo saremo chiamati a pronunciarci. Il sale della contesa si può riassumere sulla garanzia dell’indipendenza della magistratura e sul rischio del condizionamento dalla politica. Sullo sfondo si coglie l’eterno dilemma, tipicamente italiano, che si nutre dello scontro permanente tra giustizia e partiti e governi di volta in volta al vertice. Mi sottraggo alla dialettica di giuristi della prima e dell’ultima ora, di quelli che siccome l’opinione non è un dogma la cambiano come i calzini, di politicanti di seconda e terza fila che non conoscono neppure il numero degli articoli della Costituzione e la citano con la disinvoltura con la quale scandiscono la formazione della squadra del cuore. Quella sì la conoscono bene.

Non posso tuttavia tacere sulla politicizzazione di un referendum che per sua natura dovrebbe stare lontano dalle stanze di partiti e delle altre forze sociali. Visto che corriamo sul filo dei ricordi, puntiamo il dito a chiare lettere sulla svolta impressa da Matteo Renzi che legò il suo destino politico, la sua carriera, le sue ambizioni a una riforma costituzionale ampia e articolata. Ne uscì con le pive nel sacco, che poi riempì di petroldollari per il bene suo e non del Paese. Giorgia Meloni fa fatica a starsene fuori, ma da ragazza scafata della Garbatella , si guarda bene dall’imitare lo stile dello spaccone toscano. E se anche dovessero prevalere i no, siamo certi che troverebbe una via d’uscita, strada maestra o scorciatoia che sia. Così come mi rifiuto di seguire i sondaggi in corso, anche perché interrogano al telefono i cittadini ponendo i quesiti nella loro formulazione mentre l’unica certezza che ho è che sarà un referendum pro o contro il Governo. E che l’esito si riverberà sulle elezioni prossime venture, in primis quella per il comune di Lecco fissate nell’ultimo week-end di maggio. Resta l’amarezza per un’ulteriore occasione mancata di riformare la giustizia ispirandosi non alle bandiere dei partiti, ma a quella ‘legge uguale per tutti’, che troppo spesso resta solo scritta nelle aule dei tribunali.

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