Nella strategia di elettrificazione, le batterie sono decisive. Porsche ha investito nel settore e con 60 milioni di euro a fondo perduto dello Stato ha fondato «Cellforce». Un impianto d’avanguardia che avrebbe garantito quello che il gruppo Volkswagen si ripromette da sempre: il primato nel settore. Adesso duecento tra ingegneri, progettisti e specialisti sono disoccupati. Il responsabile allo sviluppo del gruppo di Wolfsburg è categorico, si deve chiudere perché le auto elettriche non si vendono. Quantomeno quelle tedesche. Due i fattori decisivi: in Cina le auto elettriche costano di meno e sono competitive e poi i costi di produzione in Europa sono troppo alti. Per la Germania un colpo al cuore. Da quando l’auto elettrica ha cominciato a prendere piede, l’industria tedesca del settore ha cominciato a perdere colpi. In uno studio di Ernst &Young, leader mondiale dei servizi di consulenza industriale, risulta che a partire dal 2019 sono andati persi 100mila posti di lavoro, nei soli ultimi dodici mesi 55mila compresi i fornitori. Secondo la presidente dell’associazione tedesca dei costruttori automobilistici Hildegard Müller, al 2032 saranno altri 190mila posti di lavoro che andranno vanificati. Adesso Porsche pensa di utilizzare batterie costruite all’estero e eventualmente installare centri di produzione in Paesi extraeuropei.
Ed è qui che si tocca il vero problema. L’impegno assunto da Bruxelles di rifornirsi di gas liquefatto americano e di dirottare investimenti negli Usa. Gli Stati Uniti godono della sovranità energetica e in futuro potranno modellare i prezzi europei in base alle loro convenienze. La dipendenza dal gas russo si è trasformata in dipendenza dall’energia di oltre Atlantico.
Affermare in Europa lo strapotere dell’economia tedesca con il gas russo e far pagare agli americani e agli altri membri dell’Ue il surplus produttivo della Germania, è stato il grande errore strategico. Non estraneo a questa sconfitta è l’idealismo verde ai quali i tedeschi sono sempre sensibili, ovvero l’idea di essere i primi al mondo a raggiungere la neutralità climatica, ovvero ridurre al massimo le emissioni. Proposito in sé encomiabile se calcolato sulla realtà produttiva del continente. Ma il passaggio all’elettrico diventa complicato quando il cuore industriale dell’Europa è il motore a combustione. Non vi sono solo i grandi marchi ma tutta la catena dei fornitori e dei subfornitori. Senza contare la rete dei punti di ricarica e i tempi di attesa alle colonnine. Il risultato è che ora abbiamo un’auto alla quale è stato strappato il suo cuore pulsante senza peraltro provvedere al suo sostituto visto che, a parte i costi energetici, le terre rare delle quali si ha bisogno per batterie e apparati digitali non sono immediatamente reperibili sul mercato europeo.
È un’onda lunga che porta a recessione e a perdita di posti di lavoro e che può trasformarsi in crisi politica. Il partito del cancelliere Merz scende al 29% nei sondaggi mentre AfD è in crescita. Di questo passo sarà sempre più difficile ignorare gli estremisti della destra xenofoba. Ed è il grande assillo della politica tedesca. Si chiudono i confini non solo per i migranti. Anche alle operazioni transfrontaliere di finanza e commercio e industria si pone il veto. Unicredit cresce al quasi 30% in Commerz Bank e di una cosa può essere sicura: il governo tedesco farà di tutto per ostacolare l’operazione. Mediaset si propone di acquisire la tedesca Pro Sieben e Pier Silvio Berlusconi viene convocato al ministero della Cultura di Berlino. Snam entra nella società di condutture del gas tedesca «Open Grid Europe» e il governo federale si oppone. Il sovranismo impera alle spese dell’integrazione europea. L’unica cosa che resta è la dipendenza e quindi la sudditanza agli Stati Uniti di Trump.
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