Funziona il “serrate le fila” di Giorgia Meloni, preoccupata per la serie di “incidenti” che, dopo la sconfitta referendaria, come per magia hanno cominciato a moltiplicarsi nel centrodestra.
Quanto meno funziona, l’appello della premier, con i vicepremier che ieri al vertice di maggioranza hanno mostrato la faccia della concordia. Persino Salvini ha evitato dichiarazioni spiazzanti e tutto è stato attutito: almeno all’esterno. C’era un tema in agenda sul quale l’accordo era facile: il nucleare. Che si debba spingere per recuperare il tempo perduto, è cosa che pensano tutti nel centrodestra: serve il nucleare di nuova generazione per ridurre la dipendenza esterna del nostro Paese. Rinnovabili come eolico e solare sì, ma anche – e forse soprattutto – il nucleare, tuttora bestia nera degli ambientalisti e delle sinistre. Ma indipendenza energetica e crisi dei prezzi della benzina e del gas sono cose che vanno insieme nel tempo della guerra in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz, e così torna il tema di ottenere dall’Europa una deroga per le spese energetiche (siamo di nuovo vicini alla fine dello sconto delle accise sulla benzina) «come per quelle della difesa» dice Salvini che ripete una frase a lui molto cara: «Altrimenti faremo da soli».
Ma non tutte le discussioni sono piane come quella sul nucleare: l’altro argomento era la legge elettorale, argomento sul quale i leader discutono eccome. Il testo della maggioranza è stato depositato e si punta ad avere il primo sì in Commissione prima dell’estate nonostante il minacciato ostruzionismo dell’opposizione: sistema proporzionale, premio di maggioranza alla coalizione, liste bloccate senza preferenze, obbligo di indicare il nome del candidato premier. Questo però non vuol dire che tutte le questioni siano risolte: Forza Italia, Lega e Noi Moderati temono un sistema che potrebbe penalizzarli in termini di seggi a tutto vantaggio dell’alleato più forte, Fratelli d’Italia sul cui profilo a molti sembra che sia stata disegnata la nuova legge elettorale il cui nomignolo è «Stabilicum». È sicuro che gli alleati minori faranno sentire la loro voce, però di tutto questo all’esterno si è preferito non parlare, anche per non accendere altre polemiche interne. E il pensiero corre facilmente a Venezia dove il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, area di destra, non deflette dalla sua decisione di far partecipare alla mostra anche Paesi in guerra come Russia, Israele e Iran nonostante i fulmini di palazzo Chigi e del ministro della Cultura Giuli e nonostante che l’Europa intenda ritirare il sostegno. Ma se Buttafuoco litiga con un vecchio sodale come il ministro Giuli, altri in Fratelli d’Italia solidarizzano con il presidente della Biennale, è il caso del presidente della Commissione Cultura della Camera Mollicone, e anche Salvini ha detto che visiterà tutti, ha ripetuto: tutti, i padiglioni. Infatti a quello della Russia sono già pronti ad accoglierlo.
Altra grana, la querela che il ministro Nordio intende sporgere contro Mediaset per la trasmissione di «Cartabianca» dedicata al caso Minetti in cui Sigfrido Ranucci ha reso pubblica una notizia (un viaggio del Guardasigilli in Uruguay e un presunto suo incontro nel ranch del compagno della Minetti) nonostante non fosse stata verificata. Ranucci ha chiesto scusa al ministro e Nordio lo ha perdonato. Da Mediaset e da Bianca Berlinguer invece (per ora) nessuna autocritica, sicché è pronta a partire la querela. Una faccenda che non può non mettere in imbarazzo Forza Italia e il suo leader Tajani.
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