L’omicidio di garlasco e il perfetto colpevole

Ci sono processi che cercano un colpevole. E poi ci sono processi che arrivano troppo tardi per poter davvero credere ancora nella verità giudiziaria assoluta. Il nuovo fronte investigativo su Garlasco appartiene alla seconda categoria. L’errore di lettura che molti stanno facendo è pensare che il punto sia Andrea Sempio. Non lo è. La vera posta in gioco è Alberto Stasi. La domanda implicita del nuovo procedimento non è: “Sempio è colpevole?” La domanda reale è molto più devastante: “Se oggi fossimo costretti a scegliere tra Stasi e Sempio usando lo stesso metodo indiziario, avremmo davvero la certezza di scegliere il primo?” Ed è qui che il caso Garlasco diventa filosofico prima ancora che giudiziario. Il processo non serve a condannare Sempio. È passato troppo tempo. Le prove sono state consumate dagli anni, dalle trasmissioni televisive, dalle ricostruzioni, dai sospetti sedimentati nell’immaginario collettivo. Nessun nuovo processo potrà realisticamente consegnare una verità incontestabile. Ma può fare un’altra cosa: dimostrare che il quadro indiziario che portò alla condanna di Stasi era meno unico, meno inevitabile di quanto si sia raccontato. Perché se le coincidenze, le anomalie, le stranezze psicologiche e comportamentali che oggi vengono attribuite a Sempio risultano comparabili — o persino superiori — a quelle usate contro Stasi, allora il problema non è chi sia il vero colpevole. Il problema è che forse non lo si sapeva davvero nemmeno allora. E’ meglio lasciare liberi dieci colpevoli piuttosto che incarcerare un innocente. La civiltà giuridica occidentale nasce esattamente da questa idea: il dubbio non è un fastidio da eliminare, ma una barriera morale contro l’arbitrio. E allora il nuovo processo potrebbe avere una funzione quasi paradossale ma profondamente giusta: non costruire un nuovo colpevole, bensì mostrare che il vecchio colpevole non era l’unico possibile. Se un altro soggetto può essere inserito nello stesso mosaico di coincidenze, suggestioni, ambiguità e interpretazioni, allora quel mosaico non poteva bastare per togliere la libertà a qualcuno. Quando un caso diventa mediatico, il sistema sente il bisogno quasi biologico di arrivare a una conclusione definitiva. Un volto da associare al male. Una sentenza che chiuda il racconto. Il problema è che la giustizia non dovrebbe servire a chiudere racconti ma a evitare errori irreparabili. E il caso Garlasco, forse più di qualunque altro, mostra il rischio di trasformare una somma di elementi ambigui in una certezza morale. Per anni si è detto: “Troppe coincidenze per essere innocente.” Ma oggi il punto diventa un altro: Quante coincidenze bastano davvero per distruggere una vita? E soprattutto: se quelle stesse coincidenze possono essere trovate anche altrove, che valore avevano?

Alberto Stasi, però, non era soltanto un imputato. Era anche un personaggio perfetto. Giovane, brillante, educato, il volto pulito della provincia meritocratica italiana, ma con lo sguardo “glaciale”. Il tipo umano che, nell’immaginario contemporaneo, genera un sospetto particolare: quello della perfezione che nasconde qualcosa. E forse il caso Garlasco ha funzionato così bene mediaticamente proprio per questo. Non raccontava il mostro marginale, ma il tradimento della normalità. Forse anche le comunità scelgono inconsciamente il colpevole che le rappresenta meno traumaticamente. Un delitto borghese con un colpevole borghese resta interno al racconto della normalità italiana. Un’altra narrazione avrebbe trasformato il caso in qualcosa di più oscuro, più periferico, più difficile da assimilare. Un caso, insomma, per appassionati del crime. Ecco, Sempio avrebbe colpito gli appassionati del genere. Stasi, invece, ha colpito il grande pubblico. Sempio ricordava il metallaro, il ragazzo dai capelli lunghi, vestito di nero, scuro in volto. Già codificato, già visto. Dieci anni prima, poco lontano da Garlasco, le Bestie di Satana avevano monopolizzato l’interesse dei media. Bisognava innovarsi senza essere ripetitivi. Interessare il pubblico, ma senza inquietarlo. Trasformare il caso in una domanda collettiva: Se uno come Stasi — che incarnava l’estetica del figlio perfetto, del bravo ragazzo — può uccidere, allora forse è arrivato il momento di preoccuparsi davvero. È per questo che Stasi funzionava mediaticamente. Perché interrogava le famiglie borghesi con una domanda semplice e spaventosa: anche i bravi ragazzi sono capaci di uccidere? Anche i vostri figli?

L’Italia non tollera il dubbio perché nel dubbio ci abita. Per vent’anni non abbiamo seguito soltanto un’indagine, ma un romanzo televisivo. Abbiamo seguito appassionatamente quello che i Joy Division descrivevano come un Atrocity Exhibition: abbiamo visto Bruno Vespa riprodurre goffamente il delitto in un modellino di casa Poggi, Milo Infante chiedere, nel 2026, ai suoi ospiti come funzioni un forum. Di Garlasco, in televisione, ne parlano le stesse figure che ne parlavano anche vent’anni fa. Il problema è che sono rimasti gli stessi di vent’anni fa. E’ stato un grande romanzo collettivo a discapito della vita dei protagonisti, ma il problema è che io, come gli spettatori, ho scelto un personaggio preferito. Dentro questo gigantesco teatro mediatico, analizzando Garlasco come storia e non come tragico fatto di cronaca nera (ma insomma, abbiamo capito che il connubio è inevitabile) credo che una delle poche figure davvero rivoluzionarie sia stata l’avvocato Giada Bocellari. Non perché occupasse la scena. Ma perché sembrava non interessata a farlo. Rilascia un’intervista alle 18. Si ricollega alle 23 vestita nello stesso modo. Un dettaglio minuscolo. Quasi invisibile. Un dettaglio che stona a confronto con quelle signore che abitano quell’ecosistema televisivo dove il tacco dell’apparenza ha sostituito le occhiaie della competenza. Un dettaglio, quello dell’avvocato Bocellari, profondamente rivelatore. Perché nel frattempo non stava costruendo un personaggio. Stava lavorando. Stava studiando. E in mezzo a un Paese che per anni ha recitato Garlasco, forse l’unica persona che sembrava ancora provare davvero a capirlo era lei.

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