Passato il referendum, nel governo cominciano a cadere le teste. Giorgia Meloni è intenzionata a usare la ramazza o, per usare la sua metafora, a stringere i bulloni. Quindi fuori il viceministro della Giustizia Delmastro, fuori il capo di Gabinetto del ministro Nordio Giusi Bartolozzi, e fuori anche Daniela Santanchè. E non è detto che il prossimo ad andarsene non sia proprio Nordio che, almeno, ha ammesso di avere una propria responsabilità nel disastroso risultato del referendum sulla riforma che porta il suo nome. Ma il beau geste di Nordio è un caso isolato: gli altri non avevano alcuna intenzione di fare le valigie. Non Delmastro, che pure è stato scoperto essere stato socio di una famiglia in odore di Camorra in un ristorante della Capitale; non Santanchè che, grazie alla copertura di Ignazio La Russa, ha resistito finora sulla poltrona ministeriale nonostante i tanti accidenti giudiziari che hanno colpito lei e le sue aziende. E non Bartolozzi, colei che in campagna elettorale si è lasciata sfuggire frasi ingiuriose verso la magistratura, che è stata fotografata a cena nel ristorante di Delmastro, e soprattutto che è dentro fino al collo al «caso Almasri»: come si ricorderà il pasticcio per il quale l’Italia con un aereo di Stato riportò a casa in Libia un capobanda ricercato dalla Corte penale internazionale e che avrebbe dovuto essere trattenuto in carcere. Forse è proprio questa la vicenda più pericolosa, che potrebbe provocare un terremoto interno ben più vasto e doloroso di quello di cui stiamo parlando: Bartolozzi conosce tutti i retroscena di quella incresciosa vicenda libica e potrebbe essere tentata di portarsi dietro altre personalità eccellenti. Nordio l’ha difesa fino all’ultimo e avrebbe aperto su di lei uno «scudo penale» pur di tenerla fuori dallo scandalo Almasri, ma ora la sorte della magistrata siciliana, considerata la vera dominatrice del ministero di via Arenula, è segnata e potrebbe provocare a catena nuovi guai, più pesanti imbarazzi.
«Il referendum ha cominciato a mordere» commenta sarcastico Pierluigi Bersani non nascondendo che, a suo modo di vedere, a dare le dimissioni dopo una simile sconfitta dovrebbe essere Giorgia Meloni in persona non essendo riuscita a tenere il governo al riparo dall’esito referendario. Ma proprio l’immediato repulisti deciso a Palazzo Chigi dimostra che la premier non ha alcuna intenzione di arrendersi, semmai vuole liberarsi della troppa zavorra accumulata e affrontare con carico più leggero la campagna elettorale per le politiche da adesso fino alla prossima estate (o autunno?).
È certamente un programma di attacco quello che la premier ha intenzione di avviare. Facendo anche i conti con gli alleati: con Salvini, che ha avuto un atteggiamento più che tiepido nella campagna per il Sì (e che il giorno del risultato stava all’estero a festeggiare i capi sovranisti d’Europa), e poi anche con Forza Italia il cui elettorato nelle regioni del Sud dove governa ha largamente disertato le urne lasciando che vincesse il No pressocché ovunque, dalla Sicilia alla Basilicata, dalla Calabria al Molise. Non si notano parole di autocritica nei primi documenti ufficiali del partito azzurro ma è improbabile che non ci siano conseguenze anche in quella casa il cui rinnovamento è da tempo richiesto dalla famiglia Berlusconi che mantiene un golden power sulla creatura del fondatore.
I guai peggiori sono naturalmente per chi ha perso, la destra. Ma la sinistra non manca di grane: si intravede la battaglia delle primarie tra Conte e Schlein (cui ora si aggiunge il centrista Ernesto Ruffini) mentre nel Pd sarà difficilmente rinviabile il redde rationem tra la maggioranza di sinistra e i riformisti interni, molti dei quali erano schierati per il Sì.
© RIPRODUZIONE RISERVATA