Quel virus dei politici, l’allergia ai programmi

Divampa nella politica italiana un virus, ormai cronico, che non risparmia nessuna latitudine del Paese. La diagnosi è alla portata di un infermiere: a Roma e a Lecco si chiama “allergia al programma”. Rubiamo qualche riga per osservare come, dopo aver in poche ore incassato i virtuali dividendi del No al referendum, il centrosinistra, invece di profittare del clima per definire i cosiddetti contenuti per sfidare la presidente Meloni il prossimo anno, si sta arrabattando su questioni come le primarie e la leadership che interessa ai cittadini come, credo ormai, il delitto di Garlasco e il destino della famiglia nel bosco che vanno esaurendo il loro morboso appeal.

Viene da lontano, dai partiti della Prima repubblica, la regola che prima si devono definire i contenuti e a seguire gli schieramenti. Neppure quei cavalli di razza erano coerenti al monito ma almeno si muovevano all’interno delle cosiddette ideologie che tenevano insieme interessi diversi, ma non contrapposti.

Nell’epoca dei social, l’obiettivo è diventato quello di guadagnare un like in più e su quello avanzare pretese egemoniche, anche in contrasto con la norma non scritta, e per me fondamentale, che ad indicare il candidato, quale che sia la posta in palio, sia il partito di maggioranza relativa della coalizione. A meno che ci sia in campo Maradona. Siamo alla tifoseria con facce storiche e disinvolte del Pd che preferirebbero Giuseppi a Elly e già questi endorsment sono il preludio a derby che rischiano di non far vincere il campionato.

Torno in città e l’appuntamento ormai si conta a settimane e, per quanto ci riguarda, non circola un progetto o un’idea che ci abbia folgorato. Damasco è lontana anni luce. Abbiamo seguito il travagliato parto del candidato del centrodestra, l’intuizione di chi ha dischiuso un nuovo Orizzonte, la conferma scontata di Mauro Gattinoni e ora fatichiamo a capire quale città abbiano in mente sia sul versante dei problemi spiccioli, sia sulle grandi questioni da lustri sui troppi tavoli istituzionali. Non abbiamo dimenticato le due formazioni ispirate alla Lega d’antan: a proposito, vorremmo dire che non è semplice coglierne il messaggio e le differenze e abbiamo ragione di ritenere che i voti saranno manifestazione di simpatia e stima più verso i due ex leader Lorenzo Bodega e Roberto Castelli che non sull’originalità delle loro proposte, nonostante non siano loro a correre per palazzo Bovara.

A dirla tutta, la campagna degli uni e degli altri non mi convince neppure sul piano della comunicazione: la trovo eccessiva rispetto alla dimensione reale delle urgenze che soffiano sul collo delle famiglie lecchesi. Che la sicurezza, la viabilità e il Bione siano in cima alla lista delle priorità lo sanno anche i sassi del Gerenzone, quelli che tra l’altro hanno visto fiorire l’imprenditoria lecchese. Ma è possibile che non indichino strategie, tempi, risorse, strumenti, procedure? Per strappare il consenso la lista della spesa non basta. Occorre riempire il carrello e passare alla cassa. Così come non mi entusiasmano le aperture sospette di clientela che nulla hanno da spartire con il genius loci. Va da sé che è incondizionato l’apprezzamento per chi ha scelto di integrarsi nella comunità lecchese e che concorre al suo sviluppo e a quella integrazione essenziale per abbattere barriere e muri. Tuttavia, con estrema franchezza, visti i tempi e i modi, sento odor di bruciato specie quando entrano in gioco dinamiche religiose. Dopo la contesa che si è chiusa con 31 voti al ballottaggio a favore di Gattinoni, i lecchesi possono dire, più di altri, che ogni croce conta. E a me non piacerebbe che a fare la differenza questa volta siano magari voti di chi, rispettabili per la loro fede, non conoscano di Lecco la storia, la cultura, l’economia, la tradizione e persino la toponomastica. Nella mia concezione di lecchesità c’è che Lecco debba essere guidata da un lecchese e che, per esserlo, non basti la residenza sulla carta d’identità.

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