Un voto di piazza che boccia i partiti

L’immagine simbolo della giornata referendaria è probabilmente quella di piazza Barberini a Roma. I quattro leader del centrosinistra che sono lì, come a scuola, dietro convocazione del segretario della Cgil, Maurizio Landini. Garriscono le bandiere del sindacato, molto meno quelle di M5S e Pd. Ci sono vessilli palestinesi e cartelli ironici dipinti a mano.

Perché sì, il referendum l’ha vinto il No. E quindi, si direbbe, la sinistra. Ma quale sinistra? Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno commentato trionfalmente i risultati dalle rispettive sedi di partito, ma sono entrambi troppo navigati per non essere consapevoli che il successo del No è innanzitutto quello di Landini e dei sindacati. Meglio ancora delle decine di sigle apartitiche (ma non apolitiche) che hanno animato i comitati locali con molta più convinzione (e coerenza) dei partiti. Che il successo del No è anche quello dei magistrati e dell’Anm, che hanno monopolizzato le ospitate televisive. Che, in fin dei conti, è il successo di quell’elettorato progressista richiamato alle urne con molta più attrattiva di quella esercitata da Lega e FdI sui rispettivi elettori.

Insomma, quando i leader del campo largo parlano di un “popolo” progressista, dovrebbero rammentarsi che quel popolo esiste, se esiste, a targhe alterne. Va alle urne quando viene avvistato nel cielo il “bat-segnale” di un’emergenza democratica (reale o presunta che sia). Esiste quando i partiti hanno il buon senso di dare carta bianca alla società civile (vedi sardine in Emilia, vedi referendum sull’acqua pubblica o il Job’s act). Ma le elezioni politiche del 2027 sono un altro campionato. Per il quale, al momento, il campo largo non ha né fiato né gambe. E lo dimostra Conte, invocando l’unico strumento che può solo restringere gli spazi di manovra: le primarie.

Certo è che il governo ha perso, e fin qui non ci piove. Ha perso Giorgia Meloni, trascinata in una battaglia elettorale dalla quale si sarebbe volentieri tenuta fuori. Difficile dire, peraltro, quale futuro possa avere l’organigramma del dicastero guidato dal ministro Nordio, regista della riforma. O meglio, quei collaboratori e sottosegretari che, come in un maldestra partita a Shangai, si sono tanto indaffarati a seminare di trappole e autogol la campagna referendaria del Sì. La discesa in campo forzata di Giorgia Meloni nelle ultime due settimane (mettendo sul piatto quel poco di fiches che sapeva di poter perdere a cuor leggero alla roulette del referendum) non deve comunque oscurare i veri, grandi sconfitti. Forza Italia, Azione, Italia Viva. Associazioni a vocazione liberal, correnti dem con rigurgiti riformisti. E poi, quel popolo silenzioso che da anni è convinto possa esistere un’alternativa ai conservatorismi di destra e sinistra. Piccolo spoiler: non c’è. Non ora, non con queste condizioni. Sono almeno dieci anni (ricordate la speranza di Renzi di incassare i voti moderati al referendum 2016?) che questo ectoplasma a tinte Obamiane o Blairiane esce sconfitto dalle urne. Il rischio, all’indomani di un referendum del quale non ha minimamente saputo condizionare l’esito, è quello dell’annientamento. Il vento delle leggi elettorali vira ormai verso la governabilità e i premi di maggioranza. Il sipario sta calando rapidamente. C’era un’ultima chance, e (grazie anche a una metà parte di riforma ambigua e raffazzonata, vedi il sorteggione al Csm) è stata ampiamente sprecata.

Doveva essere il referendum simbolo di Forza Italia, ma nessuno ha alzato il dito per sostenerlo. Nemmeno chi portava il cognome più pesante di tutti, Berlusconi. Carlo Calenda ha provato a spingersi nelle verdi praterie del Sì. Ne ha ricavato, dati dei flussi alla mano, una sostanziale inconsistenza. Ha perso, e ha perso male, se sono veri i dati per i quali solo un elettore su cinque di Azione ha votato Sì. Matteo Renzi, convintissimo assertore della separazione delle carriere, si è addirittura levato dalla battaglia prima ancora che iniziasse.

E il fronte locale? Conferma, almeno in parte, queste tendenze. In provincia di Lecco il Sì vince con il 55%, nel Sondriese addirittura con il 62%. L’affluenza sfiora il 60% in Valtellina, mentre tocca il 65% in quasi tutti i Comuni lariani. Nelle valli, nei piccoli paesi, la presa dei partiti di centrodestra è ancora formidabile: il Sì travolge tutto e tutti, attestandosi su percentuali “monstre”, tra 65% e 75%. Addirittura, il 79% a Premana. Molto più equilibrata la partita nella Brianza “rossa” e nei capoluoghi. Lecco e Sondrio (ma anche i medi centri urbani di Merate, Casatenovo e Morbegno) sono quasi a pareggio.

La lezione da appuntarsi vale per tutti, destra e sinistra. Con un’affluenza per la quale il 60% è un dato trionfale, ogni elettore tiepido portato alle urne finisce per valere doppio. E, con le amministrative alle porte, i partiti faranno bene a ricordarsene.

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