Zelensky a roma occasione per la svolta

La visita di Zelensky a Roma è stata colta da Giorgia Meloni come un’ottima occasione per sgombrare il campo da residue ambiguità sulla sua linea politica dopo la rottura con Trump, il gelo con Israele e la caduta di Orban, il principale ostacolo alla concessione dei nuovi aiuti europei da 90 miliardi a Kiev.

Non che sia mai stato messo in dubbio il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, giacché è stata la posizione cardine su cui Meloni ha fondato la piena legittimazione in Europa, ma questa volta è stata affermata con una particolare convinzione da parte della presidente del Consiglio che si è detta convinta che ora, senza il veto ungherese, saranno sbloccati i fondi UE pro Kiev. Una convinzione ribadita da Sergio Mattarella quando Zelensky è salito al Quirinale: “L’Italia sarà sempre a fianco dell’Ucraina il cui ingresso nella UE è da perseguire con fermezza”. Meloni ha peraltro ribadito il proprio “no” al ritorno al gas russo, nonostante Salvini e nonostante il parere dell’amministratore delegato dell’Eni Descalzi che proprio alla scuola di partito della Lega, ha spinto perché “non continuiamo a farci male da soli”. Ma questa è una posizione che – nonostante la conferma di Descalzi a capo dell’ente di Stato – palazzo Chigi non condivide perché politicamente non praticabile e perché farebbe rientrare l’Italia in una zona di dubbio che veniva alimentato sino a pochissimo tempo fa proprio dai rapporti della premier con Trump e con Orban, la cui campagna elettorale è stata rafforzata, per dir così visti i risultati, proprio dalla missione a Budapest del vicepresidente Vance (la cui finezza intellettuale lo spinge ad insegnare al Papa come parlare di teologia).

Questa enfasi su Zelensky, come dicevamo, serve a spargere unguento sulla ferita americana. Peraltro Trump, in una intervista alla Fox, ha ribadito che i rapporti con Meloni non torneranno più come prima, come del resto accadrà nei confronti dei paesi Nato che hanno rifiutato di partecipare alla missione nello Stretto di Hormuz “nonostante che il petrolio del Golfo serva più all’Italia e agli europei che all’America”. Forse essersi liberata dall’abbraccio di Trump (di cui forse non aveva calcolato quanto potesse diventare soffocante ed elettoralmente negativo), per Meloni può essere un’opportunità. La capacità tattica non manca alla presidente del Consiglio ed essersi affrancata dal ciclo negativo che nel mondo si è avviato verso gli Usa trumpiani e l’Israele di Netanyahu dopo la guerra in Iran e nel Libano e dopo le sconsiderate accuse al Papa, le consente di trasformare lo smacco in una nuova possibilità di posizionarsi. In fondo, come lei ha più volte detto nelle ultime ore, nessun suo collega europeo ha usato parole tanto chiare per stigmatizzare l’offesa al Papa (che non ha eguali non solo tra i leader democratici ma nemmeno, almeno in pubblico, tra i dittatori del ‘900), e questa è una medaglia che lei intende appuntarsi sulla giacca, salvo sempre il rapporto istituzionale con gli Stati Uniti che non verrà meno per la sconsideratezza di un presidente. “Meloni che è una donna coraggiosa, sul Papa ha detto quello che pensano tutti gli Italiani” ha chiosato Tajani.

Adesso si tratta di riprendere una strada di maggiore linearità in Europa: molti passi sono stati fatti, come la partecipazione al gruppo di Hormuz promosso dalla Gran Bretagna, ma servirà qualcosa di più. E l’approdo per Giorgia Meloni non può che essere un rapporto rafforzato con la Germania, tradizionale partner della politica estera italiana dai tempi di Degasperi e Adenauer, e dunque con il PPE a guida tedesca. Difficile pensare ad una confluenza nei popolari del gruppo europeo di cui fa parte Fratelli d’Italia ma è ipotizzabile un rapporto più stretto sia col cancelliere Merz che con la presidente von der Leyen. Svanito qualunque sogno di “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico mai tanto distanti, adesso vanno dissipati tutti i dubbi sul fatto che l’Italia non si presterà al gioco trumpiano di disarticolare l’Unione europea mediante accordi a due, promettendo privilegi (che peraltro sono concessi con grande avarizia) a chi cederà alla lusinga di Washington.

In questa prospettiva di avvicinamento al PPE, sarà prezioso per Meloni il consiglio e l’aiuto di Antonio Tajani, la cui parola è molto più ascoltata a Berlino e a Bruxelles che non ad Arcore. Prevedibile l’irritazione di Salvini e il vantaggio di Vannacci che potrà raccogliere qualche voto di destra-destra trumpian-putiniana.

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