Crisi Melavì, si va in Corte d’Appello

Reclamo di alcuni esponenti della società liquidata contro il no al concordato semplificato. Le vendite di beni per adesso sono sospese, ma continua la procedura sull’accertamento dello stato passivo

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Ponte in Valtellina

La liquidazione giudiziale dell’azienda agricola cooperativa Melavì, con sede legale a Ponte in Valtellina, risale al 26 marzo scorso, come da sentenza del Tribunale di Sondrio, e, da allora, incaricati di supervisionare a tutte le fasi liquidatorie, compreso l’accertamento dello stato passivo, sono il giudice delegato Francesco Zapparoli e i curatori Simone Martinalli e Marco Riva, ma non è finita lì.

Stallo temporaneo

Come prevedibile, la matassa si è ingarbugliata in quanto alcuni esponenti della liquidata società hanno presentato reclamo in Corte d’Appello contro la sentenza di diniego dell’omologa del concordato preventivo semplificato da parte del Tribunale di Sondrio e questo ha creato un temporaneo stallo anche rispetto alla procedura liquidatoria giudiziale in atto in quanto, nelle more dalla definizione della causa in appello, si è chiesto di soprassedere rispetto alle operazioni più impattanti quali possono essere le vendite dei beni.

Una sospensione temporale, quindi, che i liquidatori giudiziali stanno osservando anche se, rispetto all’accertamento dello stato passivo, la procedura prosegue.

Tant’è che si è già tenuta, al riguardo, un’udienza dei creditori per l’esame del passivo il 21 luglio scorso nella stanza del giudice delegato del Tribunale di Sondrio e una seconda è fissata per il 5 novembre prossimo.

È pacifico che ad essersi insinuati nel passivo, sono tantissimi creditori, sicuramente più di ottanta, fra cui parecchi soci della ormai ex cooperativa i cui risparmi sono bloccati sul libretto sociale di Melavì per un complessivo di 2,8 milioni di euro congelati, e che devono ancora ricevere, se si parla di soci conferitori, 2,1 milioni di euro per i conferimenti di mele non pagati nel 2024 oltre all’ultimo rateo del 2023. Complessivamente i soci vantano un credito, quindi, di 4,9 milioni di euro che disperano di recuperare, ma insinuarsi nel passivo costituisce, comunque, l’unico modo per tentare di farlo. E lo hanno fatto.

Senza dire di tutti gli altri creditori, i fornitori, le banche, le società finanziarie. L’esposizione verso questi ultimi due soggetti è pari a 11,6 milioni di euro, mentre verso i fornitori è di 2,9 milioni.

Il concordato semplificato

Difficile trovare qualcuno disposto, in Melavì, a riferire in merito alle motivazioni che hanno spinto gli ex vertici a non mollare e a inoltrare il reclamo in Corte d’Appello, anche se era pacifico che per i vertici e anche per i liquidatori nominati dalle assemblee ultime del dicembre 2025 e del gennaio 2026, Paolo Roscio ed Edj Polinelli, la strada migliore da percorrere per uscire dalla crisi era quella del concordato semplificato che avrebbe permesso di gestire “in house” tutta la partita senza consegnarla nelle mani del giudice.

La natura mutualistica

Inoltre Melavì punta a fare valere, in Appello, anche quella che è la sua natura, di società cooperativa eminentemente mutualistica, non puramente commerciale, per la quale potrebbe valere il ricorso alla liquidazione coatta amministrativa, con la procedura liquidatoria affidata a organi amministrativi anziché al tribunale come avvenuto il 26 marzo scorso.

I giochi, quindi, sono ancora aperti, e fino a quando la Corte d’Appello non si sarà pronunciata il cerchio non potrà dirsi del tutto chiuso su questa vicenda atteso che, al limite, potrebbe anche essere proposto ricorso in Cassazione avverso la decisione d’Appello.

Intanto la prima udienza, tenutasi il 2 luglio, si è conclusa con un rinvio al 17 settembre prossimo anche per vizi di notifiche degli atti relativi.

E, nelle more, i beni Melavì restano sigillati se, non addirittura, esposti al degrado. Un furto di rame è stato compiuto, infatti, ai danni dello stabilimento di Ponte in Valtellina con i ladri entrati dal retro.

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