Arquino, “L’Aquilone spezzato”, in scena il ricordo della tragedia della Val Pola

Musica, danza e immagini rievocano il disastro del 1987: uno spettacolo intenso per custodire la memoria delle 28 vittime di Aquilone e della frana che devastò l’Alta Valle.

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Arquino

Il mattino del 28 luglio 1987, dal monte Zandila, in Alta Valle, si staccano quaranta milioni di metri cubi di materiale roccioso. L’intera montagna si rovescia a fondovalle per un fronte di oltre 1 km, sommergendo completamente gli abitati di Sant’Antonio Morignone e Piazza. La violenza della frana è tale che la frazione di Aquilone, piccolo borgo posto a centinaia di metri di distanza sul versante opposto a quello franato, viene investito dalla furiosa onda di fango e detriti in risalita per inerzia. Perdono la vita molti dei residenti (28 persone), non sfollati in quanto ritenuti erroneamente fuori pericolo. Chi si è salvato, fortunosamente o scappando in pigiama per gli alpeggi, racconta di uno scenario infernale, con abitazioni letteralmente spazzate dall’onda d’urto, trascinate a fondovalle in un enorme lago fangoso e vorticoso in cui galleggiavano tronchi, pali della luce e tetti di case.

E questo è lo scenario, quasi apocalittico, evocato da “L’Aquilone spezzato”, lo spettacolo presentato al teatro Spazio Centrale di Arquino da Ivan Romeri (percussioni e oggetti vari), Davide Dei Cas (chitarra ed effetti elettronici) e dalle danzatrici Selene Tognoli e Zuzana Marletta. Il racconto di quei momenti terribili è affidato ai suoni dei musicisti, ai movimenti delle e ballerine le cui ombre si contorcono, inseguono, disperano e confortano stagliandosi sul mega schermo alle loro spalle che pure concorre alla drammaticità con una proiezione tematica, fra natura e la violenza delle acque. “L’Aquilone spezzato” – titolo assolutamente azzeccato – viene rappresentato all’ultimo piano del teatro, costruito da Enel Green Power nella centrale idroelettrica Mallero, che già il pubblico aveva potuto ammirare durante l’evento “CortoCirtuito” ma che, in questa occasione, viene valorizzato all’ennesima potenza. Una sala stupenda – con ampie vetrate e la vista sulla Valmalenco – gremita di un pubblico eterogeneo richiamato dall’originalità della performance. «La tragedia della Val Pola mi ha colpito particolarmente, come d’altra parte tutti, ma la scorsa estate ho avuto modo di incontrare un signore di Aquilone che mi ha raccontato quanto successo – dichiara Romeri -. Mi è venuta così l’idea di questo lavoro in cui credo che il connubio musica e danza renda bene la tragicità di quei giorni». I quattro artisti sono partiti da un canovaccio, soprattutto per darsi dei tempi, ma poi il tutto è frutto di una sorta di «improvvisazione guidata», come la definisce Dei Cas, che impressiona il pubblico. E i costumi, indossati dalle danzatrici, intessono ancor più la trama del racconto ricordando, con i loro colori, la terra e il fango. «Siamo materia in movimento, siamo due corpi danzanti», dice infatti Selene che, insieme alla collega, ha voluto «dare corpo alla musica e, insieme, dare ricordo di quello che è stato». Una ferita impressa al territorio e alla comunità che lo abita che viene rievocata attraverso un climax ascendente che parte da musiche e movimenti lenti per tramutarsi un ritmo accelerato di tamburi, chitarra e danza.

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