Confindustria del Lario, la fusione si allontana tra colpi di scena e nuovi equilibri
Dietro lo stop al progetto tra Como e Lecco-Sondrio non ci sarebbero le resistenze lariane inizialmente ipotizzate, ma le valutazioni emerse dalla due diligence. Resta però l’obiettivo di rafforzare la collaborazione nell’“area vasta” per sostenere sviluppo e competitività del territorio
Lettura 1 min.Lecco
In un’epoca nella quale trova cittadinanza e persino seguito il pensiero vannacciano del mondo al contrario, capita anche di assistere, alle nostre latitudini, a ribaltamenti di campo, a rovesciamenti di scelte, convinzioni e convenzioni date per acquisite.
Ci riferiamo, nella fattispecie, alle due Province simbolo del nostro lago: Como, bella e signorile città ovattata e lucidata in una narrazione colorata di lifestyle, lusso, calcio ormai stellare e turismo charmant, e Lecco, che per i comaschi, talvolta un po’ egoriferiti e tuttora convinti di godere di un prestigio nobiliare costruito sugli imperi della seta, viene confinata con una definizione poco glamour e assai grigia di “Manchester del Lario”, fondata su ferro, manifattura e duro lavoro.
Non è la mia un’osservazione che ha la pretesa di essere originale, ma attuale sì: ho pescato autorevoli sussurri e grida sospinti dalle sponde d’oltre Lario, in occasione di una recente cena, ça va sans dire, celebrativa ed elegante, con il gotha istituzionale ed economico del territorio, che hanno lasciato trapelare che, no, il matrimonio tra le Confindustrie dei due rami del lago non s’ha da fare.
Perché vedrebbe gli imprenditori comaschi alquanto tiepidi sul progetto di fusione.
E già qui ci troviamo davanti a un clamoroso ribaltamento di posizione, perché a noi risulta che la Confindustria comasca ne fosse talmente convinta da averne fatto un punto di programma del mandato.
Ma, colpo di scena e ribaltamento nel ribaltamento, parrebbe invece appurato dalle nostre ricostruzioni d’oltre Lago che la verità sia da ricercare da tutt’altra parte e fatta risiedere in una ragione differente e, come dire, tanto inaspettata quanto oggettiva. Ovvero che sia stata, al contrario, la Confindustria di Lecco e Sondrio ad aver recentemente tirato il freno a mano sul processo di fusione, dopo gli esiti della due diligence che non hanno soddisfatto le aspettative dei soci lecchesi e sondriesi per una fusione ad ampio respiro e orizzonte.
Ne capiremmo le ragioni, ce ne dispiaceremmo, ma il nostro disappunto tutto sommato evaporerebbe velocemente se, al di là dei contenitori, delle definizioni, delle etichette, chi ha avuto la lungimiranza di definirsi “area vasta” potesse continuare, seppure non in un regime di fusione associativa, in una stretta collaborazione per lo sviluppo dei territori e per il consolidamento delle sue fondamenta produttive.
Conoscendo alcuni protagonisti, abbiamo ragione di credere che le prospettive di crescita, anche grazie alle cosiddette sinergie economiche e geopolitiche, possano garantire un orizzonte di benessere e favorire la crescita di una società non malata di provincialismo, grazie anche al contributo delle due Province nelle loro molteplici espressioni.
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