Il futuro degli Its Academy: tra Pnrr e sfida risorse

Il sistema vive una crescita esponenziale: si punta a quadruplicare gli iscritti e a potenziare i laboratori. «Sono stati investiti 1,5 miliardi, insensato lasciare queste strutture senza i fondi per la gestione ordinaria»

Il miliardo e mezzo di euro assegnato dal PNRR agli ITS Academy ha creato le condizioni per triplicare il numero degli iscritti, passati dagli 11.000 del 2021 ai quasi 41.000 dell’ultimo triennio (dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito).

Tuttavia, il dato finanziario resta dirimente per sostenere un sistema che oggi conta 1.662 laboratori ad alta tecnologia e 1.422 corsi formativi. Nuove opportunità arrivano da un bando di 120 milioni di euro, che si aggiunge ai 15 milioni già stanziati per le attività di orientamento.

In prospettiva, una via per l’autofinanziamento consisterà nel mettere i laboratori didattici a disposizione delle imprese (in periodi extra-scolastici), come previsto dal decreto-legge n. 26 del 19 febbraio scorso. Ne parliamo con Guido Torrielli, presidente della Rete ITS Italia, l’associazione nazionale che rappresenta le Fondazioni ITS Academy, ovvero gli Istituti Tecnologici Superiori attivi in tutto il Paese.Fondata nel 2018, agisce come il principale interlocutore istituzionale per questo settore della formazione terziaria non universitaria, mettendo a sistema le singole fondazioni per dare loro una voce unitaria di fronte al Governo, alle Regioni e al mondo delle imprese.

Quanto sarà difficile continuare ad assicurarsi i 330 milioni di euro annui necessari, stimati in base alle Unità di Costo Standard (UCS) dei percorsi ITS?

Grazie al PNRR siamo riusciti a coinvolgere 25.000 ragazzi in mille corsi, per un valore di circa 300 milioni di euro, una cifra che sfiora i 330 milioni necessari ogni anno secondo le UCS. Va ricordato, però, che scontiamo la mancata indicizzazione Istat delle UCS stesse: con l’adeguamento, la quotazione salirebbe a 390.000 euro a corso, fondi che oggi sarebbero determinanti. Grazie al PNRR abbiamo ottenuto risorse per aumentare i corsi e realizzare 1.800 nuovi laboratori, i quali comportano costi energetici, gestionali e di manutenzione precedentemente inesistenti.

Ci troviamo quindi a gestire costi operativi maggiori a parità di introiti ordinari. Tuttavia, l’emendamento voluto dal Ministro sul decreto-legge 19 ci permette ora di utilizzare i laboratori per conto terzi. Questo significa che un albergo o un ristorante didattico, così come un laboratorio informatico, potranno vendere i propri servizi e prodotti sul mercato, utilizzando il ricavato per colmare i deficit di gestione. È un passo fondamentale verso l’auto-sostenibilità finanziaria, che trasforma le fondazioni in soggetti attivi nel tessuto economico locale, non più dipendenti esclusivamente dal trasferimento di risorse pubbliche.

In che termini si sta pianificando il futuro degli ITS?

Il nostro futuro passerà inevitabilmente dal governo della formazione continua. Oggi gli ITS diplomano tecnici con competenze aggiornate allo stato dell’arte, ma domani quegli stessi professionisti dovranno poter tornare da noi per acquisire le nuove competenze che l’evoluzione tecnologica richiederà. Questo modello di formazione continua, finanziato direttamente dalle aziende richiedenti, ci permetterà di generare nuovi flussi finanziari garantendo, al contempo, un aggiornamento costante del capitale umano nazionale. In un mondo in cui il ciclo di vita delle competenze è sempre più breve, gli ITS devono diventare l’hub di riferimento per l’apprendimento permanente (long-life learning) nel settore tecnologico.

La riforma degli istituti tecnici è stata positiva per gli ITS?

Certamente. Esauriti i finanziamenti del PNRR, dovremo comunque mantenere elevato il numero degli iscritti. La riforma del “4+2” (quattro anni di scuola superiore più due di ITS) potrebbe portare, già solo con gli effetti attuali, circa 12.000 studenti in più: un numero considerevole. La riforma degli istituti tecnici ripercorre il DNA degli ITS, introducendo un rapporto più stretto con le imprese e concedendo maggiore autonomia alle scuole per dar vita a iniziative territoriali. L’obiettivo è nobile: gli ITS potrebbero evolversi in un sistema d’istruzione d’élite, estremamente focalizzato sulle esigenze specifiche delle imprese. Questo legame simbiotico tra istruzione e mondo del lavoro è l’unica chiave per ridurre il mismatch occupazionale che ancora affligge il nostro Paese, offrendo ai giovani percorsi certi di realizzazione professionale.

Mancano 120 milioni per completare l’assegnazione del PNRR. A che punto siamo, considerando anche le ipotesi di proroga per le rendicontazioni?

Dei 1,5 miliardi previsti, sono stati assegnati circa 1,38 miliardi. I restanti 120 milioni riguardano un avviso appena pubblicato, che presenta però alcune criticità: si chiede agli ITS di organizzare corsi che dovrebbero concludersi entro il 31 dicembre 2026. È evidente che un percorso biennale non possa essere compresso in pochi mesi. C’è la volontà politica di assegnare questi fondi, ma l’auspicio è che si possa ottenere una proroga per la rendicontazione, similmente a quanto avvenuto per le opere pubbliche.

Resta inoltre la questione dei circa 200 milioni residui dai 700 originariamente destinati a formazione, orientamento e borse di studio. Speriamo in un piano di recupero che svincoli queste somme dalla scadenza tassativa del 2026. Anche per il bando sull’orientamento da 15 milioni, a cui hanno aderito 37 raggruppamenti di ITS, l’aspettativa è di poter utilizzare i fondi anche oltre la fine dell’anno in corso, garantendo continuità alle azioni di reclutamento.

E per quanto riguarda gli stanziamenti nella Legge di Bilancio?

Purtroppo lo stanziamento di 101 milioni, destinato a scendere a 82 dal prossimo anno, non è sufficiente. Speravo che, tra l’avanzo del PNRR e i fondi della Finanziaria, si potesse finanziare con serenità il biennio 2026-2028.

Purtroppo, il deficit dell’Italia al 3,1% e la procedura d’infrazione UE rendono difficili manovre più generose. Tuttavia, il Governo deve considerare che il sistema ITS sta sostenendo le imprese con investimenti massicci: non sarebbe lungimirante creare “cattedrali nel deserto” investendo 1,5 miliardi per poi lasciare il sistema senza i fondi di gestione. A fronte dei 9,4 miliardi stanziati annualmente per le università e dei 50 miliardi per la scuola, i 300 milioni destinati agli ITS sono una cifra contenuta che non metterebbe a rischio i conti pubblici, ma garantirebbe un ritorno economico immenso in termini di PIL e occupazione.

Qual è la prospettiva rispetto al bilancio a lungo termine dell’Unione Europea?

Guardiamo al settennio 2028-2034. Il 30 aprile scade il termine per emendare la legge comunitaria che distribuirà il Fondo Sociale Europeo (FSE+). Esiste il rischio che queste risorse vengano assegnate alle Regioni senza una specifica destinazione d’uso, il che vedrebbe gli ITS finire in fondo alle priorità. Sto lavorando affinché gli ITS abbiano una riserva di fondi predeterminata. Sebbene il ministro Valditara abbia fatto molto, anche in virtù della riforma del 4+2, non dimentichiamo che le Regioni sono state i nostri partner storici e sono convinto che continueranno a sostenerci anche in futuro per consolidare questa eccellenza formativa.

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