AGGRESSIONI per noia non serve un motivo

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Ci annoiavamo». Due parole che fanno paura. Perché persino l’odio presuppone una passione. La noia, invece, non ha nemmeno bisogno di un motivo. È stata lei, secondo i due adolescenti, la mandante delle aggressioni compiute a bordo di una minicar che si aggirava per le strade di Roma contro passanti, ciclisti e persone in monopattino. Sei vittime, una delle quali, l’attore Davide Iacopini, ancora in terapia intensiva. E una spiegazione da vetro di finestra rotta giocando a pallone: non sapevamo che cosa fare, abbiamo dato un calcio alla noia. Eccoli, i nuovi indifferenti di Moravia. Non quelli che non distinguono il bene dal male, ma quelli per cui la distinzione ha smesso di essere interessante. L’altro, inteso come il prossimo, non è una persona: è un ostacolo mobile, un bersaglio da colpire per vedere che effetto fa. Il dolore diventa uno spettacolo, purché non sia il proprio. E quando arriva la notizia di un uomo gravemente ferito, ecco il risveglio, dopo essere stati presi: «Ci dispiace». Troppo tardi per chiamarlo gioco.
C’è qualcosa di desolante in questa noia moraviana a 16 e 17 anni. François Truffaut raccontava la giovinezza come l’età in cui si hanno gli anni in tasca, quella in cui tutto accade per la prima volta e diventa una sequela di emozioni indimenticabili. Il primo amore che cancella l’ora, il primo bacio atteso per giorni, un goal segnato all’ultimo minuto che sembra cambiare il destino del mondo, un tramonto sul mare. Una canzone ascoltata cento volte perché parla proprio di te. La scoperta che oltre la porta di casa esistono altre vite, e vale la pena conoscerle. Come si può essere già così stanchi della vita quando la vita deve ancora cominciare? E soprattutto chi ha insegnato a questi ragazzi che divertirsi significa procurare sofferenza? Non basta rispondere «i social», come se bastasse sequestrare un telefonino per restituire una coscienza. Dietro quella noia si intravede un vuoto educativo che riguarda gli adulti ancor prima dei figli. Abbiamo moltiplicato le occasioni di svago e ridotto quelle di meraviglia. Abbiamo riempito ogni silenzio, esaudito ogni capriccio, scambiato il controllo degli spostamenti con la conoscenza delle persone. Sappiamo dove sono i ragazzi, molto meno dove stanno andando.
Naturalmente non tutti i giovani sono così, e sarebbe ingiusto trasformare due responsabilità individuali - un caso patologico - in una condanna generazionale. Ma proprio per questo non possiamo liquidare la vicenda come una bravata finita male. Una bravata finisce con un rimprovero. Qui un uomo lotta in ospedale e due ragazzi dovranno rispondere di atti gravissimi. Prima delle sentenze dei giudici, servirebbe una domanda nelle case e nelle scuole: quando abbiamo smesso di insegnare che la libertà finisce dove comincia il corpo dell’altro? La noia, da sola, non aggredisce nessuno. Può generare un libro, una passeggiata, un’amicizia, perfino un sogno. Diventa feroce quando incontra l’assenza di empatia e di limiti. Il vero fallimento non è che due adolescenti non sapessero come passare una serata. È che, avendo davanti un mondo intero di cose da amare, abbiano scelto qualcuno da ferire, senza nemmeno comprendere le conseguenze di quel ferimento.

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