L’aiuto all’Ucraina divide. La maggioranza e l’opposizione sono alle prese con la medesima questione: gli aiuti a Kiev. Da una parte è Salvini che non li vuole più mandare, dall’altra parte il rifiuto viene da Conte e Fratoianni. Situazione speculare. Ma a richiamare gli uni e gli altri all’ordine sono i ministri sul campo, Crosetto e Tajani: «La linea non cambia, abbiamo firmato dei patti a livello internazionale, in sede europea e Nato». E se la questione ucraina in questo momento nel campo largo è un po’ in sordina, è solo perché i partiti non sono riusciti neanche a mettersi d’accordo su come cominciare a discuterne. Viceversa nel centrodestra la bomba è esplosa per quel di più di adrenalina che ha spinto Salvini che si sentiva di nuovo padrone del suo campo, a «far ballare» il governo di cui è vicepremier. Al prossimo Consiglio dei ministri (che poi sarebbe oggi), ha detto, «dirò che è ora di finirla con i soldi e le armi agli ucraini». Una vera minaccia che ha avuto l’effetto di galvanizzare le truppe dei fedelissimi ansiosi di un corpo a corpo con Fratelli d’Italia e Forza Italia che da quando la Lega è precipitata al 5% la trattano come «un alleato di serie B». Ma l’adrenalina è durata poco: Meloni in tempo reale ha chiesto a Salvini una immediata ridimensionata alla sua foga oratoria. Che è arrivata in sede di replica: quel «dirò» si è rimpicciolito in un «proporrò un ragionamento», e oggi in Consiglio dei ministri Salvini starà zitto. La sfuriata da Palazzo Chigi è stata efficace. Ma non ha certo risolto la questione: ormai, che si voti a maggio o no, siamo di fatto in campagna elettorale, e la Lega si gioca la partita della vita, «deve» insistere anche su questo cavallo infischiandosene di mettere in difficoltà Meloni. Salvini è considerato (come Conte) un rappresentante del partito filo-russo in Italia, e questo qualcosa vorrà dire, non può certo essere risolto con qualche giochetto di parole nei documenti o nel testo del prossimo decreto che alla fine dell’anno autorizzerà le spese per l’Ucraina nell’anno 2027. Dunque non c’è da illudersi che lo scoglio verrà spianato da una eventuale vittoria elettorale del centrodestra: il contrasto alla politica estera di cui Meloni si è fatta garante in questi quattro anni e mezzo di guerra sarà un peso al collo del possibile futuro governo.
Che poi, se vinceranno le sinistre sarà la stessa cosa, già Fratoianni scalpita perché «il primo Consiglio dei ministri» riconosca «lo Stato di Palestina» e rompa i rapporti di cooperazione con Israele: non c’è solo l’Ucraina, insomma. In fondo è un sotterraneo asse giallo-verde come ai tempi del Conte I con Salvini al Viminale «a difendere i confini».
Ma, tornando alla Lega, nonostante questi contrasti non è nell’interesse della premier che il Carroccio si inabissi ancora di più nel consenso elettorale: più Salvini perde voti più si rende indispensabile un altro che non fa mistero di ammirare Putin, e cioè quel Vannacci che, da addetto militare alla nostra ambasciata di Mosca, spiegava all’ambasciatore che la Russia avrebbe affondato l’Ucraina come un coltello nel formaggio. Quattro anni e mezzo fa. Dunque, se Meloni deve tenersi caro Salvini occorre dargli un po’ di spazio e un’altra bandiera da sventolare alle elezioni: non a caso il progetto di autonomia differenziata ha ripreso a correre come non accadeva da mesi.
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