L’antifascismo in Italia non è una categoria della storia. È un riflesso pavloviano. Un gadget del mercato dell’intrattenimento. Uno slogan buono per tutte le stagioni. Una lettera scarlatta con la quale sfregiare gli eterni nemici. Un format televisivo, soprattutto.
È forse questa la sconfitta più dolorosa per l’immenso lavoro di analisi e di scavo prodotto dal più grande degli storici del fascismo, Renzo De Felice, del quale si celebra domani il trentennale della morte, autore di una monumentale biografia di Mussolini che costituisce un caposaldo senza il quale ben poco può essere capito di quel personaggio e di quel periodo. E stiamo parlando di una sconfitta generazionale gravissima, perché è andata persa l’essenza della sua lezione, che parte dagli anni Sessanta e si sviluppa per oltre un trentennio, e cioè che il fascismo non debba essere giudicato per le cose buone o cattive che ha fatto - che è una lettura storiograficamente ridicola - e neppure da un punto di vista morale o peggio ancora moralistico, ma che vada studiato e compreso come fenomeno dirimente di quel pezzo di Novecento.
E quindi consegnato alla Storia, quella vera, ai documenti, alle fonti, ai protagonisti, alle dinamiche sociali, politiche, economiche, culturali, allo studio della sua genesi come costola soreliana del socialismo, delle sue radici non reazionarie, ma rivoluzionarie, alla differenza radicale tra fascismo-movimento e fascismo-regime, al ruolo dei reduci della grande guerra e dei ceti medi emergenti, alle basi e alle motivazioni profonde del suo ampio consenso per così tanti anni, ai rapporti con il Vaticano e la monarchia, alle somiglianze e alle differenze strutturali con il nazismo.
Una scuola di pensiero clamorosamente innovativa che aveva attirato su De Felice odi, livori e scomuniche da parte di tutta la storiografia mainstream di sinistra - ma non poteva che essere così, erano passati solo vent’anni dalla fine della dittatura e della guerra - ma che adesso, a freddo, a così grande distanza di tempo, dovrebbe essere universalmente riconosciuta. E invece oggi è peggio che negli anni Settanta. Del fascismo non si sa nulla o si fa finta di non sapere nulla o fa comodo perpetrare il mito dell’eternità del fascismo, non come mentalità, ma come presenza storica immanente qui e ora, per espellere dal consesso civile chiunque non la pensi come te. E cioè di come la pensano tutti. E cioè di come la pensa il Conformista Collettivo Nazionale, con tanto di Giornalista Collettivo Nazionale al seguito, naturalmente. Se non la pensi come la si pensa sulla terrazza della gente che piace o negli spocchiosi talk show degli intelligenti o nell’editoria di quelli che sanno come si sta al mondo allora sei un fascista. Anzi, uno sporco fascista da prendere per la collottola e buttare fuori a calci nel sedere. Tutto vero.
E quindi nel pieno degli anni Venti, cioè un secolo dopo, siamo ancora a questo punto. E se analizzi il livello del dibattito televisivo e digitale ti viene da piangere. E ogni venticinque aprile ti viene ancor più da piangere. Sempre le solite facce, sempre le solite parole, sempre le solite frasi, sempre le solite fregnacce, sempre la solita retorica dozzinale e farisea, sempre la solita demagogia pulciosa, cisposa e forforosa. L’antifascismo - che è stato un fenomeno numericamente ultraminoritario e militarmente irrilevante, anche se nobile ed esemplare - trasformato in un’ideologia riflessa, un automatismo a gettone buono per un’infinita guerra civile tra guelfi e ghibellini e mai per una reale comprensione storica degli eventi. Un jolly da sparare sulla platea degli spettatori narcotizzati con l’anello al naso quando sei in difficoltà, quando non hai argomenti, quando straparli in un comizio o sbrodoli presentando il libro dell’amico degli amici, che naturalmente poi presenterà il tuo, quando devi far vedere all’universo mondo quanto tu sia indignato, pervicacemente indignato, perennemente indignato contro il nuovo autoritarismo che avanza. Un’etichetta. Un brand dei benpensanti. Un tic nannimorettiano. Un birignao da salotto. Un logo flotillesco. Taci tu, che sei un fascista amico degli israeliani. Anzi, un fascista amico degli ebrei. E così il cortocircuito è completo.
E più De Felice nei suoi otto volumi e nei suoi quattordici toni complessivi - siamo oltre le dimensioni della Recherche, è davvero un’opera per specialisti del settore, ma per chiunque ne sia incuriosito basta leggere il primo: “Mussolini il rivoluzionario” - ha cercato in tutti i modi di stare sempre aderente ai fatti, ai documenti, all’analisi asciutta e fredda di questo fenomeno complessissimo e multiforme, così come complessissima e multiforme è la figura del suo fondatore, più oggi il “mercato” multimediale dell’antifascismo ne rappresenta il segno opposto. Non c’è più nulla di storiografico in questo profluvio di produzione seriale, superficiale, spesso ridicola, sempre irritante (esemplare il caso di Michela Murgia), ma tutto di moralistico, di pedagogico (con tanto di saggi e monologhi e spettacoli teatrali e fiction televisive), di bigino etico, di mobilitazione delle coscienze, di sermone catoneggiante, mellifluo, trombonesco. E disonesto, soprattutto. Perché tenta di far passare il concetto, inaccettabile per qualsiasi studioso serio, che la Storia debba distribuire patenti morali retroattive e non invece che debba impedire che i fatti accaduti e le parole che li rappresentano diventino falsificazione, speculazione, propaganda.
Ma questo è quanto. Tutto è propaganda in un questo povero paese di sepolcri imbiancati, dove nessuno legge - né De Felice né altro - ma dove tutti parlano. E soprattutto dove tutti scrivono, purtroppo.
@DiegoMinonzio
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