Editoriali
Mercoledì 30 Settembre 2026
Caso regeni la geopolitica e la lezione dei genitori
Tre uomini dei servizi di sicurezza egiziani sono stati condannati in primo grado a dieci anni per il sequestro di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato e ucciso nel febbraio del 2016. Un quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Per le torture e per l’omicidio non c’è invece una condanna. La giustizia italiana è riuscita dunque a stabilire chi, secondo i giudici, partecipò al rapimento. Non chi torturò e uccise Giulio, chi gli inflisse, per usare le parole della madre «tutto il male del mondo». È molto e, insieme, terribilmente poco.
Ma c’è un particolare che impedisce di liquidare questa sentenza come un bicchiere mezzo vuoto. Quel processo, per anni, sembrava destinato a non celebrarsi neppure. Gli imputati erano in contumacia, l’Egitto non aveva fornito quella collaborazione che avrebbe consentito di procedere normalmente.
Il punto politico è tutto qui. L’Italia non deve dichiarare guerra all’Egitto per il caso Regeni. Sarebbe una sciocchezza, prima ancora che un’impossibilità. L’Egitto è un Paese decisivo nel Mediterraneo, nella crisi di Gaza, nei dossier libico e migratorio, nell’energia. Ed è un partner economico di prim’ordine. Ma dall’Egitto l’Italia può e deve esigere giustizia. L’Italia è il primo partner commerciale europeo del Cairo. Le importazioni italiane dall’Egitto sono state nell’ordine dei 3,05 miliardi.
Ecco dunque il vecchio problema della politica estera. Roma deve parlare con il Cairo. Deve commerciare con la terra dei faraoni. Può perfino considerarlo, come fa, un interlocutore strategico.
Ma tutto questo non obbliga a dimenticare un cittadino italiano innocente rapito al Cairo, torturato e trovato morto il 3 febbraio 2016. Perché la vita umana di un uomo, di un cittadino italiano, non ha prezzo e la giustizia deve fare il suo corso ovunque sia da perseguire, anche in capo al mondo.
Sono due binari differenti. Confonderli sarebbe comodo, ma pericoloso. La ragion di Stato serve a governare i rapporti fra le nazioni; non dovrebbe servire a correggere i verbali dei tribunali. Antonio Tajani, commentando goffamente il verdetto, ha parlato di una sentenza «limitata», osservando che ancora non sappiamo chi siano gli assassini di Regeni e ribadendo che il governo vuole arrivare alla piena verità. Presa alla lettera, l’osservazione è incontestabile: la sentenza non individua gli autori dell’omicidio.
Ma le parole della diplomazia hanno un peso diverso da quelle pronunciate al bar. E la parola «limitata», davanti a un processo che per dieci anni ha dovuto farsi largo fra silenzi, ostacoli e imputati mai comparsi in aula, rischia di lasciare in ombra ciò che invece quella sentenza ha stabilito: tre appartenenti agli apparati egiziani sono stati riconosciuti colpevoli del sequestro di Regeni.
Non è la verità intera. Ma è una parte della verità che per anni sembrava impossibile portare dentro un’aula italiana, che ha squarciato il muro di gomma egiziano. Il merito più grande appartiene naturalmente a Paola e Claudio Regeni, che hanno avuto una qualità ormai piuttosto rara nella vita pubblica italiana: la testardaggine.
Ho avuto il privilegio di conoscerli. Per Paola e Claudio Regeni ottenere verità e giustizia significa «conoscere il perché, e la catena di comando, in primo luogo; individuare quindi responsabilità di persone che sono da ritenersi pericolose e crudeli capaci di infliggere tutto il male del mondo».
Sono stati perfino minacciati perché ritenuti colpevoli di minare i rapporti economici tra Italia ed Egitto. Non hanno mollato. Non hanno chiesto vendette. Hanno chiesto una sentenza. L’hanno ottenuta.
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