La scorsa settimana la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge-delega sul nucleare. Una volta approvato anche dal Senato, le Camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi. Si tratta di una iniziativa da cui si evince l’intento del governo di rilanciare le politiche nucleari abbandonate all’indomani del disastro di Chernobyl e del referendum del 1987. Sul tema delle centrali nucleari risorgeranno, prevedibilmente, le antiche dispute tra apologeti e detrattori. Vero è, tuttavia, che i conflitti in corso in Ucraina e in Iran, hanno aggravato la dipendenza energetica del nostro paese confermando non solo la scarsa lungimiranza delle nostre classi dirigenti ma, soprattutto, la loro incoerenza. Infatti, malgrado l’Italia abbia rinunciato alla produzione interna di energia nucleare, i dati confermano un consumo significativo di energia nucleare importata dalla Francia. Ma c’è altro. Troppo spesso si finge di dimenticare che il nostro territorio risulta circondato da impianti nucleari: si pensi alla centrale slovena di Krsko e alle numerose installazioni francesi a ridosso del confine.
A questo quadro occorre aggiungere un altro elemento, spesso trascurato nel dibattito pubblico: la presenza di ordigni nucleari statunitensi sul territorio italiano nell’ambito del programma di condivisione nucleare della Nato (Nato Nuclear Sharing). Secondo il rapporto “Nuclear Weapons Ban Monitor 2024”, presentato a New York nel marzo 2025 in occasione della “Conferenza degli Stati Parti del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari”, l’Italia ospiterebbe un vero e proprio arsenale nucleare che si comporrebbe di un numero significativo di testate nucleari statunitensi dislocate nelle basi militari aeree di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia). Secondo il quotidiano “La Stampa” (15 marzo 2025), il nostro paese annovera il maggior numero di ordigni nucleari Usa in Europa (circa 80-90 bombe nucleari di tipo B61). Si tratta, pertanto, di una realtà che collide con la soave narrazione di un paese “denuclearizzato” e che pone interrogativi sulla coerenza delle scelte politiche effettuate negli ultimi decenni.
Nel frattempo, nel nostro territorio, la domanda di energia è destinata a crescere in modo cospicuo. In proposito, sarebbe utile rammentare che la diffusione dei “data center”, essenziali per l’economia digitale, richiederà quantità sempre più ingenti di elettricità. Le sole fonti rinnovabili, pur fondamentali e irrinunciabili, non sono ancora in grado di soddisfare tale fabbisogno a causa dell’assenza di sistemi di accumulo. In questo scenario, il nucleare torna a essere considerato, se non come unica soluzione, come una componente di una possibile e inevitabile combinazione energetica. Le tecnologie di nuova generazione, a detta degli esperti più accreditati, sarebbero in grado di garantire standard qualitativi avanzati e ben diversi rispetto al passato.
Tuttavia, il problema non è solo tecnico ma è, soprattutto, culturale e politico. Il ricordo di Chernobyl continua a influenzare l’opinione pubblica italiana, così come quello di Fukushima, alimentando una diffidenza inveterata difficile da scardinare. Di contro, il contesto energetico impone una riflessione meno ideologica e più pragmatica. Pertanto, la vera domanda da porsi non è se il nucleare sia esente da rischi ma se l’Italia possa permettersi di escluderlo a priori mentre continua a dipenderne indirettamente.
L’iniziativa del governo servirà, pertanto, a riaprire il dibattito sul nucleare sulla base di dati aggiornati e di una valutazione comparata dei costi, dei rischi e dei benefici. In quest’ottica, il mondo accademico è chiamato a svolgere un ruolo da protagonista attraverso un ampio confronto con tutte le componenti della società. Il nostro Paese ha urgente bisogno di investire sul proprio futuro e, in questa prospettiva, è obbligato a decidere se intende affrancarsi da ogni sorta di subalternità e ambire ad una propria politica energetica. Anche a costo di mettere in discussione un tabù che dura da quasi quarant’anni.
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