Dimore storiche, tesoro da scoprire

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Le chiamavano ville di delizia. Erano le dimore, le seconde case dei signorotti milanesi che, a partire dal Seicento si sono innamorati del lago, dell’Adda e delle colline brianzole come oggi noi inseguiamo Maldive, Caraibi e l’affollato Sharm El-Sheikh. Dai fasti a una decadenza estetica e finanziaria il passo è breve. E così il patrimonio è diventato pubblico per ragion di Stato anche perché la ciurma dissoluta, bizzarra e poetica degli Scapigliati non aveva certo tra le proprie priorità il mantenimento a regola d’arte di saloni, giardini e scenografia naturale e non. Val la pena di riconoscere come non ci sia un’istituzione locale – dal più piccolo Comune alla Provincia – che non possa vantare una dimora d’alto lignaggio nel proprio patrimonio, anche se spesso esposta alle intemperie e alla penuria di risorse.

Il quadro mi è stato ispirato dal successo delle visite organizzate questo fine settimana dal Comune di Lecco alle ville Scapigliate del quartiere di Maggianico: in particolare, villa Gomes, sede prestigiosa della Civica scuola di musica e di un parco gettonato assai e la vicina villa Ponchielli che sopravvive taciturna come un personaggio in cerca d’autore. In parallelo si aprono le settimane della manifestazione “Ville Aperte” che dischiude agli appassionati gioielli architettonici pubblici e privati in cinque province lombarde.

Va da sé che villa Monastero di Varenna in un’ipotetica hit parade si confermerebbe al primo posto con quasi 400mila visitatori nel 2025, dei quali l’85 per cento straniero e quasi sessantamila ingressi nel solo agosto. Il marchio di fabbrica della Provincia lo si coglie nella gestione accurata e professionale, nelle tariffe aggiornate all’appeal e in un calendario di proposte variegate che accrescono la bellezza inimitabile del luogo.

Il resto della classifica è più frastagliato. Lecco da sola conta tre destini diversi. villa Manzoni, restaurata e aperta nel 2026, è il museo più visitato della città. Qui don Alessandro tira ancora. villa Ponchielli, a Maggianico, come detto, resta il simbolo dell’incuria e dell’incapacità di trovare la strada maestra per uscire dai vicoli ciechi di bandi e procedure. Non sono mancate certo le proposte, ma spesso erano o peregrine o fuori luogo. Poi c’è villa Guzzi sul promontorio dello Zucco: donata al Comune nel 1982 è stata la sede del Coni provinciale. Da allora è chiusa, salvo un recente parziale recupero come gattile (l’etimo con l’ex sindaco non fa miao). Tirando le somme siamo davanti a tre ville diverse fra loro non solo nella concezione architettonica e nell’utilizzo, ma soprattutto perché toccate da un destino ora benevolo ora maligno.

Un’occhiata verso Merate non cambia di molto il panorama. villa Confalonieri, ex sede del Comune (1974-2008) è al centro di un dibattito politico che dura da decenni che, finanziamento a parte, non trova concordia sulla sua destinazione. Galbiate fa storia a sé: villa Bertarelli non è abbandonata, ma buona parte degli spazi (inclusi i giardini storici del Portaluppi aperti solo sabato mattina) restano senza fissa dimora, salvo gli uffici del parco Monte Barro. A Monticello Brianza e in altri comuni della zona diverse ville pubbliche hanno trovato una dignitosa via di redenzione diventando scuole, case di riposo e biblioteche. E nel generoso impegno dell’ente pubblico, la burocrazia non manca di metterci lo zampino, rendendo una corsa a ostacoli il mantenimento di funzioni sociali. Ci piace anche sul filo della cronaca citare il caso di villa Sironi, a Oggiono, che proprio da qualche giorno accoglie nella bellezza dell’ambiente storie di varia fragilità.

Non c’è chef più o meno stellato che potrebbe apparecchiare una cena sotto un unico cielo perché troppi ingredienti messi insieme sono come i matrimoni sbagliati. Ma parlando di patrimonio pubblico sono almeno certo che la vicenda del Teatro della Società sia sempre più degna di una farsa. Che tra l’altro non potrebbe nemmeno essere rappresentata perché dopo l’ultima frettolosa e zoppa inaugurazione siamo tornati al “closed”.

A Bergamo il teatro Donizetti è risorto a diamante non solo nazionale grazie al connubio tra pubblico e privato che hanno messo sul piatto 9 milioni di euro a testa. A Lecco non solo s’incartano sulle procedure, ma anche il bancomat piange. Questo è l’amarus in fundo.

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