Diossina in brianza e la politica che decide

Lettura 3 min.

Ieri, venerdì, è stato il giorno di Seveso e di Sergio Mattarella in visita al luogo del disastro datato 1976. Sono riaffiorati i ricordi collettivi della nube di diossina che incombeva sulla Brianza, le immagini di tute bianche e maschere antigas. Quelle dei militari per le strade, i bambini con la pelle lesionata e i cartelli di divieti affissi nel paese. Nessuna vittima, è vero, ma un rischio tremendo appena fuori la porta di casa, nel cuore di una Brianza che per troppi anni aveva visto proliferare disordinatamente edilizia e industria, senza piani regolatori e senza regole chiare per la tutela ambientale.

Mattarella, nel suo discorso, ha citato il nome di Cesare Golfari, presidente della giunta regionale (succedeva al dimissionario Piero Bassetti, avrebbe lasciato il posto nel 1979 a Giuseppe Guzzetti) in quel tempo complesso di bonifiche, evacuazioni forzate, divieti imposti alle aziende, della battaglia per un risarcimento collettivo, dell’iter giudiziario contro la multinazionale responsabile dell’accaduto, del cammino alla cieca attraverso verità scientifiche sfuggenti e contraddittorie.

Golfari ha tuttavia preteso che la nube di complessità fuoriuscita dall’Icmesa insieme alla diossina fosse gestita dalla neonata Regione. Anzi, meglio, che fosse accettata dal nuovo ente quale viatico necessario per realizzare la propria natura politica: essere ente di raccordo tra popolazione e centralismo. Un sistema nel quale la politica poteva e doveva esprimere il meglio delle sue competenze e della sua capacità di problematizzare (e risolvere) la tremenda dialettica tra potere e governo.

Il politico romagnolo trapiantato lecchese ha incarnato, in quei mesi, la visione di un sistema istituzionale agli albori, quello delle Regioni. Ha rappresentato il punto di equilibrio tra le spinte sociali e politiche centrifughe dentro un mondo già minacciato dal fantasma di una lenta e inesorabile disgregazione. Un fantasma che avrebbe poi preso corpo negli anni Ottanta, quando il piombo avrebbe assunto la forma liquida del riflusso.

Tra quanti lo ricordano, dentro e fuori Lecco, tutti citano Golfari tra i primissimi politici locali, forse il primo per capacità di intrecciare attività politica e pragmatismo di governo. Certamente quello che, più di tantissimi altri, non ha esitato a mettere sul tavolo le proprie speranze di carriera per guadagnare crediti decisivi da spendere sul piatto dell’autonomia lecchese. Un’autonomia interna alla Dc e, va da sé, sul piano delle istituzioni. La stagione dei comprensori, antipasto delle nuove province, è stato a detta di molti un tempo di straordinario confronto tra i partiti.

E, a proposito di dialogo tra simboli e tradizioni diverse, non si può non ricordare il contesto nel quale era maturato il disastro di Seveso.

Golfari aveva – e questo gli è riconosciuto dagli amici, come dagli avversari – l’ambizione di comprendere le parabole e le ragioni profonde dei movimenti che animavano in superficie la società del tempo. La rapida avanzata del Pci in Lombardia (un recupero di dieci punti secchi sulla Dc nel giro di cinque anni, dal 1970 al 1975), unito ovviamente al contesto generale delle amministrative di quell’anno, gli aveva offerto la possibilità di realizzare quel modello di “giunte aperte” (lo ricordava ieri anche un altro protagonista locale del tempo, il nostro editorialista Marco Calvetti) che in diverse città ed enti locali del Paese si consolidava come la prima portata del grande banchetto del compromesso storico.

Nel parlare di lui, Domenico Galbiati (un’altra figura che ha offerto e incarnato molto di questo territorio) ricorda due aneddoti piuttosto sintomatici. Uno riguarda il loro primo incontro tra loro, durante un incontro della Dc comasca (che allora regnava anche su Lecco, ovviamente) e quel sorriso sornione, quell’aria di sfida rivolta alla maggioranza eterolariana del suo stesso partito.

E poi, un’idea di politica che, dice Galbiati, è innanzitutto geometria. «Al di là del dato conclusivo che si registra a un’osservazione superficiale – sono le sue parole – Golfari mi ha insegnato che, guardandola a fondo, la politica risponde a regole più precise di quanto si possa immaginare».

In fondo, è il concetto di governo e governabilità. Volendo anche di potere, se lo si intende nel senso nobile della ricomposizione della complessità. Un ingranaggio necessario, insomma, per convertire la rappresentanza in democrazia, evitando i rischi opposti del comando di pochi o dell’anarchia di tutti. Un ingranaggio, una necessaria cinghia di trasmissione che è stata la ragione di vita di tanti uomini di partito (locale e non solo) anche a Lecco.

A partire dalla Seconda Repubblica, poi, lo stesso meccanismo si è forse consunto nell’uso spregiudicato dell’efficientismo, degli obiettivi lineari, dei contratti con gli italiani, degli annunci dai terrazzini o dai predellini. La profondità è diventata opacità, la gestione del potere è sfumata nel conservatorismo. Persino la geometria del potere , per citare nuovamente la visione di Golfari, non ha più mostrato altro che angoli ottusi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA